Arne Jacobsen
Arne Jacobsen: quando un edificio è un'opera d'arte totale
Edifici, arredi, lampade, maniglie, posate, tutto parte dello stesso progetto, tutto pensato fino all'ultimo dettaglio. Arne Jacobsen disegnava mondi.
È l'architetto e designer danese più conosciuto del Novecento e il più difficile da contenere in una definizione: troppo architetto per essere solo un designer, troppo designer per essere solo un architetto.
Ci ha regalato pezzi di design che non smettono mai di sembrare contemporanei.
Copenhagen, 1902: il bambino che ridipinge la stanza di bianco
Copenhagen, 1902. Arne Jacobsen nasce in una famiglia borghese, in una casa vittoriana. Fin da bambino manifesta una forte sensibilità estetica. Ama osservare gli spazi, ha una precoce attenzione per superfici, colori, composizione degli ambienti.
È un bambino simpatico e creativo. Una delle sue gag preferite è indossare un cocomero svuotato come cappello e presentarsi così agli ospiti.
Di lui sappiamo che, durante la prima adolescenza, sceglie di rimuovere la carta da parati dalla sua stanza e dipinge le pareti di bianco.
Una scelta piuttosto anomala per l'epoca e ancora di più per l'interno di una casa vittoriana, dove ogni superficie è solitamente decorata con strati di pattern e colore.
Questo episodio ci anticipa già qualcosa: Arne cerca ordine, pulizia e controllo visivo. Le stesse caratteristiche che avrebbe portato, anni dopo, dentro ogni edificio, ogni sedia, ogni minuzia progettuale.
Da bambino, sogna di diventare un pittore. Suo padre, pragmatico, con un'idea precisa di cosa significhi avere un futuro stabile, lo orienta verso gli studi di architettura.
Jacobsen frequenta la Scuola di Arti Applicate di Copenhagen, dove si diploma nel 1924 come muratore.
Prosegue, poi, gli studi alla Royal Danish Academy of Fine Arts, dove consegue la laurea in architettura nel 1927, sotto Kay Fisker e Kaare Klint, suoi insegnanti.
Kay Fisker era uno degli architetti danesi più influenti dell'epoca, noto per un approccio che univa il funzionalismo moderno alla tradizione costruttiva nordica.
Kaare Klint, invece, è considerato il padre del moderno design danese: teorico rigoroso, credeva che il grande progetto nascesse dallo studio attento della storia e delle proporzioni del corpo umano: un metodo che avrebbe formato tutta la generazione d'oro di designer danesi.
A questo punto Jacobsen ha un bagaglio di conoscenze approfondito, pratico e teorico sulla progettazione e sulla costruzione degli edifici.
La sua formazione, insieme al suo spiccato gusto, saranno la chiave per la progettazione di edifici, arredi e interni in grado di essere tanto funzionali quanto esteticamente impeccabili.
Il Jacobsen che sogna le arti pittoriche non sparisce. Semplicemente, impara a costruire.
Parigi 1925: le influenze che cambiano tutto
Inizia a lavorare come assistente nello studio City Architect’s Office di Paul Holsøe a Copenhagen e prende parte a diversi progetti tra cui quello dei cancelli d’ingresso dell’Enghave Park di Copenhagen e il progetto del Padiglione danese per l’esposizione di Parigi del 1925.
All’esposizione di Parigi, ottiene una medaglia d'argento per una sedia in rattan. Si tratta di una delle prime sedie che disegna: un intreccio organico, piuttosto diverso dalle sue opere future.

Quello che lo segna davvero è un altro padiglione: quello di Le Corbusier, il Pavillon de l'Esprit Nouveau. Linee nette, spazi aperti, assenza di ornamento. Un modo di pensare lo spazio che non aveva ancora visto.
Oltre a questa rivelazione, i suoi primi lavori subiscono l'influenza anche dell'architetto svedese Erik Gunnar Asplund e di Ludwig Mies van der Rohe.
Da questi tre, Jacobsen non prende uno stile, prende un metodo e lo porta in Danimarca, dove il modernismo non aveva ancora trovato voce.
La House of the Future: Copenhagen vede il domani
Jacobsen è uno dei pionieri del modernismo in Danimarca e lo dimostra fin da subito con un progetto che ancora oggi stupisce: la House of the Future, disegnata insieme a Flemming Lassen.
House of the Future, 1929
Nel 1929, Jacobsen e Lassen vincono il concorso dell'Associazione degli Architetti Danesi per progettare una casa del futuro. La casa viene costruita in formato reale per l'Esposizione sull'Edilizia al Forum di Copenhagen e rimane esposta per tutta la durata della mostra.
È una casa a pianta spirale, con pareti bianche e soluzioni tecniche spettacolari: due garage (uno per un'auto, uno per un motoscafo) e un elicottero sul tetto.
Le finestre si aprono e chiudono con una manovella, come i finestrini di un'automobile.
C'è un sistema pneumatico per ricevere la posta.
House of the Future - Credits Arkitekt Foreningen
Gli interni sono arredati con tubolari metallici, anticipazione di quel linguaggio industriale che sarà caratteristico nel modernismo scandinavo.
La casa esiste solo per la durata della mostra, ma il progetto ha un impatto enorme sulla carriera di Jacobsen.
Da lì a poco, infatti, Jacobsen apre il suo studio.
Come ricordò il collega Erik Møller: "Da quel momento, ogni insegnante voleva una casa di Arne Jacobsen."
I suoi lavori vengono subito apprezzati. La Rothenborg House, una casa funzionalista progettata a Ordrup nel 1930, viene definita fin da subito un capolavoro: un edificio privato concepito in ogni dettaglio, dentro e fuori, in cui architettura e arredi formano già un sistema unico.
Altro progetto degno di nota è il complesso Bellavista, costruito a Klampenborg tra il 1930 e il 1935.
Si tratta di un nucleo residenziale con appartamenti dalle grandi finestre e terrazze verso il mare, che include il teatro Bellevue con il tetto retrattile per le performance all'aperto, eleganti cabine balneari e un ristorante.
Il municipio di Aarhus: il primo progetto totale
Una menzione speciale va all'Aarhus Town Hall, che Jacobsen progetta insieme a Erik Møller tra il 1937 e il 1942. Hans Wegner, allora giovane designer, collabora, disegnandone gli arredi.
È uno dei primi edifici in cui Jacobsen applica fino in fondo il suo approccio: ogni dettaglio è considerato parte del tutto. Finiture e arredi non decorano l'edificio, lo completano.
È un approccio umanistico applicato al modernismo: l'idea innovativa per l’epoca che Jacobsen porta in campo è che un edificio istituzionale sia progettato anche in funzione di chi lo vive, non solo di chi lo guarda da fuori.
Aarhus Town Hall - By Villy Fink Isaksen - Own work, CC BY-SA 3.0
La produzione di arredi da parte di Jacobsen esplode a partire dal dopoguerra, quando inizia a disegnare pezzi pensati per la produzione di massa per Fritz Hansen. È in questa fase che nascono la Ant Chair (1952) e la Series 7, i prodotti commercialmente più diffusi mai usciti da quella collaborazione.
Fritz Hansen e la Ant Chair: la sedia che si produce in pochi minuti
1952. A Jacobsen viene richiesta la progettazione di una sedia economica, impilabile e accessibile per la mensa di un'azienda farmaceutica, la Novo Nordisk.
Jacobsen si ispira al lavoro di Charles & Ray Eames sul multistrato e immagina uno schienale curvato monoblocco, sapendo anche che l’azienda Fritz Hansen aveva già prodotto sedie lavorate con la piegatura a vapore.
L’azienda produttrice, Fritz Hansen, non è convinta. Per realizzare le sedie che Jacobsen ha in mente serve un investimento tecnologico importante per la laminazione del legno. È costoso e rischioso.
Dopo dieci prototipi Jacobsen trova la quadra e 300 sedie vengono inviate alla mensa.
Ant Chair, Arne Jacobsen - Attribution CC-BY
La seduta è composta da nove strati di compensato lamellare. Tre gambe in tubolare d'acciaio. Al centro, quella strozzatura, la "vita da formica", che le dà il nome e che, tecnicamente, è la soluzione più difficile da ottenere. È lì che il legno deve flettersi su due piani contemporaneamente, distribuendo il carico senza rompersi.
La sedia ha un enorme successo.
Ogni sedia veniva prodotta in dieci minuti. Le prime erano in faggio naturale non verniciato; poi arrivano altre essenze e le versioni colorate.
Da questa ricerca nascono altre sedute iconiche come la Tongue, la Mosquito e la T-chair.
La sedia Series 7 di Arne Jacobsen
È il 1955. Dopo la diffusione della Ant Chair, a Fritz Hansen arriva una richiesta per una sedia con caratteristiche analoghe, ma con i braccioli. Il problema è strutturale.
La Ant ha tre gambe, una scelta che Jacobsen difende come la più corretta, sia funzionalmente che esteticamente. Tuttavia, tre gambe non offrono il punto di attacco giusto per i braccioli.
Jacobsen progetta, quindi, una nuova sedia. Quattro gambe, struttura che accoglie i braccioli, scocca che mantiene la stessa fluidità organica.
La Series 7 viene esposta all'H55 Exhibition di Helsingborg e diventa il prodotto Fritz Hansen più venduto di sempre: oltre cinque milioni di esemplari.
La Triennale di Milano e la sedia Grand Prix
Sempre nel 1955, Jacobsen presenta alla Triennale di Milano la sedia Grand Prix (modello 3130): monoscocca in multistrato con gambe in legno curvato, leggera, elegante, particolare. La sedia si aggiudica la medaglia d'oro.
Tutto lascia pensare a un successo immediato, ma ben presto accade qualcosa di inaspettato. Le gambe in legno, sotto stress ripetuto, cedono, anche dopo pochi utilizzi. Non reggono come dovrebbero.
Jacobsen prende una decisione netta: ritira le sedie dal commercio e le ottimizza, sostituendo le gambe di legno con il tubolare d'acciaio che aveva già testato con successo nella Series 7 e nella Ant.
Il SAS Royal Hotel: un grattacielo progettato fino all'ultimo cucchiaio
Dobbiamo la maggior parte dei capolavori di product design di Jacobsen a un unico macro progetto: il SAS Air Terminal and Royal Hotel di Copenhagen, il primo grattacielo della città, sede del terminal aereo della Scandinavian Airlines.
Jacobsen disegna, per questo, incarico ogni dettaglio: arredi, tessili, maniglie delle porte, illuminazione, posaceneri, posate…
Proprio in questo periodo, Fritz Hansen entra in contatto con un nuovo materiale, presentato da un'azienda norvegese: lo Styropor. Polistirolo espanso, leggerissimo e modellabile in qualsiasi forma, senza i vincoli strutturali del legno.
Jacobsen coglie la palla al balzo e decide di sperimentare con questo materiale per le poltrone dell'hotel.
Lo scenario infinito di possibilità che lo Styropor consente, si rivela a tratti destabilizzante. Jacobsen può disegnare letteralmente qualsiasi tipo di forma, ma non vuole che i suoi pezzi risultino stravaganti.
In più, il rivestimento in plastica non ha la resa estetica del legno e dei materiali tradizionali. La creatività e le capacità di Jacobsen gli permettono di risolvere entrambi i dilemmi in modo brillante: i due pezzi iconici (Egg chair e Swan chair) che nascono dagli schizzi realizzati nel suo garage a Klampenborg ne sono la prova.
Swan chair: curve che raccolgono, spazi che si ordinano
Swan è una poltrona dall'aspetto futuristico, progettata per l'atrio del primo piano e per il salone panoramico del ventesimo piano del SAS Hotel. Due ambienti che acquisiscono un dinamismo ordinato, grazie alla ripetizione delle curve di questa particolare seduta.
La seduta è in Styropor rivestita da tessuti pregiati; il piede è in alluminio pressofuso. La Swan Chair non prende il nome da una somiglianza evidente con un cigno, ma da un dettaglio molto più sottile: lo spazio curvo e leggero che si crea tra braccioli e scocca.
È un vuoto progettato, non un’assenza ed è lì che la sedia trova la sua eleganza. Da questo progetto nasce anche un divano abbinato, inserito nelle suite dell'hotel. L’azienda Fritz Hansen, soddisfatta del risultato, inizia a produrla con diversi rivestimenti e anche in versione sedia da ufficio con ruote.
Egg Chair: un guscio nel mezzo del mondo
Una poltrona elegantissima, dalle curve morbide e dallo schienale alto che scherma tutto ciò che c'è dietro. Può essere usata anche al centro di una stanza come punto focale e nell'atrio dell'hotel funziona esattamente così.
Le Egg vengono raggruppate attorno a tavoli, su tappeti: non si guardano tra loro se non fanno parte dello stesso gruppo.
Garantiscono privacy, creano isole di intimità in uno spazio ampio. Jacobsen le usa anche nelle camere, sperimentando un divano Egg che, però, non viene mai prodotto in serie.
Per coprire lo Styropor, Jacobsen riveste sia la Egg chair che la Swan chair con pelle o tessuti pregiati.
Egg Chair - Attribution CC-BY
Drop Chair: essenziale e potente, come una goccia
Sempre per il progetto dell'hotel, nasce la Drop Chair. A differenza delle più celebri Egg e Swan, la Drop non nasce per farsi notare, anche se è sempre assolutamente notevole.
Una scocca a goccia, quattro gambe dritte in tubolare d'acciaio. È pensata per le camere: per stare in secondo piano, per accompagnare lo spazio senza dominarlo. Più compatta, più discreta, meno scenografica.
Inizialmente viene prodotta in quantità limitata e quasi passa inosservata. Poi scompare: per anni non viene più realizzata, come se non avesse ancora trovato il suo tempo.
Finché, decenni dopo, Fritz Hansen la riscopre e la rimette in produzione. Oggi è tra le sedute più attuali: essenziale, misurata, facile da inserire.
Dentro questa apparente semplicità c'è una curiosità.
Lui stesso la definisce Lui stesso la definisce "perfetta per mia moglie": la disegna pensando a come la silhouette si muove nello spazio, a come appare anche di spalle, da lontano.
Le lampade AJ: la luce come parte del progetto
Per il SAS Hotel, Jacobsen disegna anche la gamma di lampade AJ per Louis Poulsen, da tavolo, da terra e da parete. Tre versioni della stessa idea.
Sono composte da:
- un braccio in acciaio lucidato verniciato a liquido,
- un diffusore orientabile verniciato di bianco all'interno, per una luce sfumata e gradevole (perfetta per leggere).
Jacobsen le progetta come parte integrante dell'hotel, come elementi dello stesso sistema.
Eppure sono diventate indipendenti dall'edificio che le ha generate, perché non hanno mai smesso di essere attuali.
Le posate AJ e gli accessori: il design che finisce nello spazio
Nel 1957, mentre lavora all'hotel, Jacobsen disegna anche le posate per il ristorante. Le linee sono assolutamente insolite per il tempo. Sono ergonomiche pur essendo di forma essenzialmente dritta e comodissime anche per i mancini.
La loro forma è così futuristica da lasciare perplessi gli ospiti dell’hotel. Così il Royal le sostituisce dopo poco.
Nel 1968, Stanley Kubrick le sceglie come posate degli astronauti in “2001: Odissea nello spazio” perché sembrano, effettivamente, venire dal futuro. Sono ancora distribuite da Georg Jensen.
La fuga in Svezia e i pattern su tessuto
Durante la seconda guerra mondiale Jacobsen, di origini ebraiche, è costretto a fuggire dalla Danimarca occupata dai nazisti.
Nel 1943, aiutato dalla resistenza danese, raggiunge la Svezia insieme al suo amico e collega Poul Henningsen e le loro mogli. La traversata avviene via mare su una piccola imbarcazione, nella notte, come migliaia di altri ebrei danesi salvati dalla resistenza in quei mesi.
In Svezia non smette di lavorare, anzi. Viene assunto da Nordiska Kompaniet e inizia una carriera da designer tessile: pattern botanici, organici, fatti di foglie e fiori, totalmente diversi da tutto ciò che ha disegnato prima e dopo.
Negli anni ’50 Arne Jacobsen semplifica il segno fino all’essenziale: nascono pattern come Trapez e ARNE, costruiti su forme geometriche nette e ripetute. È una grammatica visiva chiara, fatta di ritmo più che di decorazione.
Nei progetti più completi, come la Munkegaard School (1957) e il SAS Royal Hotel (1960), questi pattern, tra cui Semicircles, diventano parte di un sistema più ampio, in dialogo con arredi, luci e colori.
Negli anni ’60 la ricerca continua con motivi come Polygon, Ypsilon e Vertigo, accanto a varianti più organiche e naturali come Ranker e Kvast.
Negli anni, Jacobsen disegna fantasie tessili anche per August Millech, Graucob Textilen e C. Olesen. Oggi vengono rieditati anche come carte da parati.
Oxford e il progetto assoluto
Nel 1960 gli viene commissionato il St Catherine's College all'Università di Oxford.
Un altro progetto totale: dall'edificio agli arredi, dai dettagli alle piante del giardino. Jacobsen seleziona personalmente le specie vegetali per completare gli spazi architettonici, perché anche il giardino è parte del progetto.
Da questo periodo, il suo design di prodotto diventa più essenziale e geometrico. Vuole che i suoi pezzi durino nel tempo, che non invecchino.
Vuole togliere tutto ciò che potrebbe, un giorno, sembrare datato.
Libreria del St Catherine's College, Oxford - NY349823, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
L’estetica come filo conduttore della sua vita
C'è un Jacobsen che i libri di design non raccontano spesso.
Quello che a casa tiene tazze e bicchieri in fila perfetta.
Che fa reggere ai familiari i quadri sulle pareti, finché non trovava la composizione giusta.
Che chiede ai dipendenti di restare fino a tarda notte.
Eppure, in privato, ammette:
"I am choking on aesthetics." - Sto soffocando nell'estetica.
Si consola cercando spazi privi di design, luoghi dove nessuno abbia pensato alla composizione visiva.
Ricerca la bellezza anche nei pasticcini che mangia: per lui l’estetica è una necessità.
Arne Jacobsen muore il 24 marzo 1971 a Copenhagen, con una serie di progetti ancora sul tavolo.
Ci lascia un modo di pensare il progetto che lui stesso chiamava opera d'arte totale: dall'edificio alle maniglie delle porte, dallo spazio alla luce, dalla struttura alla sedia su cui ci si siede per guardare tutto il resto. Un approccio in cui niente è secondario, perché tutto è parte dello stesso discorso.
I pezzi vintage di Arne Jacobsen nella nostra galleria sono stati selezionati direttamente in Scandinavia. Ce ne sono pochi e ogni volta che arrivano, qualcuno li stava cercando da tempo.