Borge Mogensen

Børge Mogensen: il designer del popolo

Ha reinterpretato i classici facendone pezzi immortali.
Ha reso accessibile l’alta qualità artigianale, aggiudicandosi l’appellativo de “il designer del popolo”.

Ha impattato così tanto sul design danese, da esserne diventato un simbolo.

Entriamo nella biografia di Børge Mogensen, esplorandone i tratti personali, il percorso di vita e le opere che hanno fatto la storia.

Børge Mogensen - Af Ukendt - Source, Public Domain

Nasce con un’idea molto chiara (e molto scomoda)

Mogensen nasce nel 1914, in un appartamento al centro di Aalborg, in Danimarca.
La sua famiglia è composta da suo padre, un falegname, sua madre, casalinga, un fratello e una sorella più grandi di lui.

Børge, fin da bambino ha modo di toccare con mano le varie essenze di legno, di assistere alla nascita di un arredo da zero, di sperimentare le tecniche di assemblaggio che portano due pezzi di legno a creare giunture solide.

Ama stare in bottega molto più che andare a scuola o restare immobile in chiesa.
Vuole creare, sperimentare, essere parte attiva di azioni produttive.

A soli sedici anni, infatti, inizia a lavorare come apprendista falegname in una bottega di Aalborg. Impara a lavorare il legno e realizza e trasporta bare funebri.

La scuola di Klint

Studia alla Kunsthåndværkerskolen guidato da Kaare Klint - lo stesso maestro che ha formato Wegner (suo compagno di classe), Grete Jalk, Arne Jacobsen e tanti altri designer che hanno lasciato un segno importante nel design, su scala globale.

Kaare Klint, considerato il padre del design danese modernista, ha una linea molto chiara: conoscere a fondo gli arredi del passato e i capisaldi dell’Art and Crafts, per reinterpretare la tradizione in chiave moderna.
Alla base dei suoi progetti ci sono funzionalità, studi antropometrici, sottrazione del superfluo a favore di una maggiore pulizia visiva, altissima qualità artigianale.

Se gran parte dei designer della scuola di Klint, cerca una firma riconoscibile, lui prende un’altra strada.

Più radicale o forse più silenziosa.

“Il mio obiettivo è creare oggetti che servano le persone… non oggetti a cui le persone devono adattarsi.”

Fa un passo indietro: non cerca una cifra stilistica riconoscibile, ma un riconoscimento pratico, da parte di chi sceglie i suoi pezzi.

Gli arredi per i giovani

Nel 1940, Mogensen inizia a disegnare arredi per i giovani, per le aziende Hansen’s Attic e Peter’s Bedroom.

Anche questa scelta lo distingue dalla massa: la progettazione degli arredi per bambini e ragazzi è un ambito piuttosto insolito in cui specializzarsi.

Nasce, così, un arredo multifunzionale pensato per i dormitori, che espone, insieme a un set da pranzo ideato sui passi di Kaare Klint, alla Copenhagen Cabinetmakers’ Guild Exhibition.

Il progetto con FDB Møbler per rendere accessibile il design modernista

Tra il 1942 e il 1950 è a capo della sezione dedicata all’arredamento della
Società Cooperativa dei Consumatori Danesi (FDB), con l’obiettivo di ideare degli arredi accessibili, pratici e adatti alla produzione di massa.
Questo, per lui, non è un semplice impiego: è una scelta politica. Mogensen sposa a pieno i valori e le linee d’azione di FDB Møbler.

Fino a quel momento, infatti, gli arredi modernisti restano un bene esclusivo, accessibile solo per le classi più abbienti.

Qui, dà alla luce diversi pezzi semplici e funzionali.
Dal 1944, crea una serie di sedie in betulla lasciandosi influenzare, nel contempo, sia dalla sedia Windsor inglese che dall’American Shaker. Entrambi i modelli sono accomunati da uno schienale a raggiera e da una seduta ampia.

Nascono così sedie iconiche come:

Oltre a rendere accessibile il design modernista, FDB Møbler apporta un’altra grande rivoluzione nel mondo dell’arredamento, a favore dei consumatori.

Abolisce l’acquisto dei mobili in set: ognuno può acquistare anche pezzi singoli, così da completare, un pezzo alla volta e dilazionando gli investimenti nel tempo, l’arredamento di casa.

Tuttavia, in questa fase, il pubblico, in particolare la classe media, non è ancora del tutto pronto ad accogliere arredi modernisti, dal design molto più essenziale e privo di lavorazioni decorative.

Lo studio di Mogensen

Nonostante l’allineamento, la collaborazione con FDB si conclude con Mogensen che abbandona il tavolo delle riunioni per sempre. Molti dei pezzi ideati per questa linea - in particolare alcuni sistemi di storage modulare - non entrano mai in produzione, per decisioni aziendali della cooperativa, non per limiti tecnici.

Nel 1950 Mogensen apre il suo studio e stringe contratti con Soborg Meubelfabriek, Fredericia Furniture e Karl Andersson & Soner.

Nello stesso periodo si dedica alla ricerca sull’ergonomia, che metterà in pratica sulla sedia Oresund del 1957 e sulla libreria Boligens Byggeskabe, progettata con Grethe Meyer.

Tavolo Børge Mogensen - Attribution CC-BY

Lo Spoke-Back Sofa: un divano pensato per il futuro

Il 1945 non è un anno in cui si parla di futuro con leggerezza. La guerra è appena finita, le case sono piccole, i materiali scarsi.
Eppure è proprio in questo momento che Børge Mogensen progetta per Fritz Hansen lo Spoke-Back Sofa (il modello 1789), come una proposta per quello che lui chiama "il tipo di mobile del futuro".

Mogensen parte da una domanda concreta: cosa serve davvero a chi abita uno spazio ridotto, che ha bisogno di un pezzo solo, ma non vuole rinunciare né al comfort né alla conversazione? La risposta è un divano che risolve due problemi in uno: chaise longue e divano da salotto nella stessa struttura, senza che l'uno comprometta l'altro.

Model 1789 - Spoke-Back Sofa

La costruzione è la sua firma. Legno massiccio dalla struttura leggera, visibile, onesta (non c'è niente che nasconda come è fatto).

I cuscini sono rimovibili perché un mobile pensato per durare deve poter essere rinnovato. Fodera consumata? Si cambia. Tessuto fuori moda? Si aggiorna. Il divano resta.

È la stessa logica che Mogensen applica a ogni oggetto: non comprare e sostituire, ma costruire bene e mantenere.

Il segreto di Mogensen: gli Shaker americani

Mogensen è affascinato dagli Shaker, una comunità religiosa americana nata come costola radicale dei Quaccheri inglesi, guidata nel Settecento dalla profetessa Ann Lee.

La setta si separa dal mondo esterno per costruirsi una vita intera con le proprie mani: case, cibo, utensili, mobili.

La loro estetica è una conseguenza diretta della loro teologia: l'ornamento superfluo è una distrazione da Dio, quindi sparisce. Quello che resta deve essere perfetto, non per apparire, ma perché Dio vede anche il retro dei mobili. I fronti e i retri ricevono la stessa cura. Le parti interne sono fatte con la stessa precisione di quelle esterne. Il principio era semplice e assoluto: la bellezza risiede nell'utilità.

Ecco una serie di arredi di Mogensen ispirati ai mobili Shaker.

  • Tavolo C18 (1947): rovere massiccio, costruzione artigianale classica, nessun elemento decorativo.
  • Tavolo 6286 per Fredericia: ultimo di una serie di tavoli da pranzo esplicitamente derivati dai modelli Shaker americani.
  • Sedia J39 (1947, FDB): lo schienale a stecche ladder back, uno degli elementi formali più riconoscibili della tradizione Shaker, reinterpretato in chiave moderna e democratica.
  • Spoke-Back Sofa, modello 1789 (1945): lo schienale a fuselli riprende la stessa logica costruttiva: legno visibile, struttura onesta, nessun rivestimento che nasconda come è fatto.
  • Système d'étagères Øresund (1955–1967, Karl Andersson): la filosofia dello storage modulare, funzionale ed essenziale, rispecchia la stessa concezione Shaker dell'oggetto come risposta precisa a un bisogno.

La J39: la sedia che non vuole essere notata

C'è un paradosso nella storia della J39.

Mogensen la progetta nel 1947 con un obiettivo: creare un pezzo essenziale e pratico.

Schienale curvo, gambe dritte, seduta intrecciata in corda di carta. Il minimo indispensabile per sedersi bene, costruito nel modo più genuino possibile.

Il risultato? La sedia J-39 diventa una delle sedie danesi più riconoscibili al mondo.

Da lontano può sembrare una sedia “qualsiasi”, ma man mano che ci si avvicina si scorgono dettagli artigianali e proporzioni affascinanti, che la rendono tanto accattivante quanto autentica.

L'ispirazione arriva da due direzioni: la Church Chair di Kaare Klint e i mobili Shaker americani.
Da Klint prende la struttura razionale. Dagli Shaker prende l'etica: “nessun dettaglio che non serva, ogni dettaglio che duri”.

Dal 1947 la J39 non ha mai smesso di essere prodotta, un record raro nel design industriale.

Su questo filone nasce anche la Asserbo Chair, sempre seguendo il principio:“Il buon design non deve attirare l’attenzione”.

arnve Sedia J39 - Creative Commons - Attribution CC-BY

Mogensen e la praticità: ogni mobile risolve un problema

C'è un filo che attraversa tutta la produzione di Mogensen: ogni pezzo nasce per rispondere a qualcosa di concreto, un problema reale di chi abita uno spazio.

Ecco perché, ogni volta che ha un’idea per risolvere un problema comune dell’abitare, deve scrivere. Non si fida della memoria: vuole fissare il pensiero subito e per farlo scrive ovunque. Fiammiferi, tovaglioli, buste usate, qualsiasi supporto a portata di mano era utile per farlo.

arnve Scrivania con piano Flip top- Børge Mogensen

Questi sono alcuni esempi che lo rendono evidente.

  • avolo BM1160 Hunting: il piano lungo e stretto entra anche in spazi ridotti, ma accoglie tavolate numerose. Non serve scegliere tra funzione e ingombro.
  • Scrivania flip-top: il piano ruota e si apre a libro, raddoppiando la superficie di lavoro. Quando non serve, si richiude. Un mobile che cambia dimensione a seconda di quello che stai facendo.
  • Secrétaire per Søborg Møbler: la ribalta si abbassa e diventa scrivania. Dentro: cassetti, mensoline, divisori. Tutto chiuso in un mobile da 46 cm di profondità. Un ufficio che, quando hai finito, sparisce dietro una porta.

Il principio è sempre lo stesso: Mogensen non aggiungeva funzioni per stupire. Le aggiungeva perché servivano, e le nascondeva perché, quando non servivano, non dovevano occupare spazio visivo né fisico.

Il legame con l’Italia

A differenza dell’amico Wegner, che vince il Grand Prix della Triennale nel 1951, Mogensen non compare direttamente tra i premiati di quell'edizione.
Tuttavia, il design danese, di cui è protagonista e che ha contribuito a costruire, è quello che Milano consacra al mondo in quegli anni.

Il contributo fondamentale: normalizzare il design

Proporzioni studiate sul corpo umano. Materiali autentici. Costruzioni leggibili.

Nessuna concessione al superfluo. Il risultato? Mobili dal design piacevole e genuino che sembrano sempre essere esistiti, come se fossero stati lì prima ancora che qualcuno li disegnasse.

Fermiamoci un momento su quella parola: semplice. Quella semplicità è il risultato di sottrazioni precise. Togliere, nel design, è molto più difficile che aggiungere.

Mogensen non disegnava per stupire. Disegnava per restare, infatti i suoi mobili fanno esattamente questo: restano. Senza farsi notare.

I pezzi vintage di Børge Mogensen che trovi nella nostra galleria sono selezionati direttamente in Scandinavia, uno alla volta, per condizioni, autenticità e storia.

Design By Borge Mogensen