Bruno Mathsson
Bruno Mathsson: ergonomia e design democratico tra legno e intrecci
Nel mondo del design scandinavo esistono due modi di raccontare la sedia. Il primo è formale: proporzioni, materiali, produzione. Il secondo è fisico: come ci si siede, dove finisce la schiena, come il corpo si adatta - o non si adatta - a quello che qualcuno ha costruito per lui.
"I mobili devono essere prodotti con tale maestria, che sedersi in essi non richieda alcuna abilità."
Questa frase di Bruno Mathsson è il programma di una carriera intera tradotta in legno curvato, fibre naturali, pelle e acciaio. Oltre cinquant'anni di lavoro, che hanno contribuito a cambiare il modo in cui pensiamo alla seduta, lasciandoci un design dalle linee dolci e dai materiali immortali.
Bruno Mathsson, 1960
Credits: Infotavla vid Kosta glashus i Kosta, Public Domain
Quando il mestiere è nel sangue da generazioni
Bruno Mathsson nasce il 13 gennaio 1907 a Värnamo, nel cuore dello Småland, figlio di un maestro ebanista di quinta generazione.
Il padre Karl Mathsson è un maestro ebanista e fondatore dell'omonima azienda di produzione di mobili e, a sua volta, aveva imparato il mestiere dal proprio padre.
Bruno cresce in un laboratorio, tra il profumo del legno e gli strumenti che assumono una funzione precisa, prima ancora di avere un nome.
Lascia la scuola presto e comincia a lavorare nella bottega paterna, non perché non gli interessi studiare, ma perché quello che vuole imparare è lì.
Lo Småland: dove nasce il design svedese
Mathsson cresce in un territorio chiave per il design svedese.
Lo Småland, una distesa di laghi lucenti, foreste di conifere e prati tranquilli punteggiati da casette rosse. È riconosciuto come il cuore pulsante del design nordico. È dove la storia del design svedese si concentra. Ancora oggi rimane un epicentro produttivo su cui i designer fanno affidamento per concretizzare il loro lavoro e trovare ispirazione.
IKEA nasce qui, ad Älmhult. Il Kingdom of Crystal, la tradizione vetraria che produce Kosta Boda, è qui. È una tradizione manifatturiera profonda, radicata nella necessità: lo Småland è una terra ricca di foreste e di artigiani che hanno imparato a trasformare il legno in valore.
Nel 1929, infatti, è motivo di grande gioia per lui ottenere il permesso di prendere in prestito libri e riviste dal Museo Röhsska di Arti e Mestieri di Göteborg. Lo frequenta così spesso da instaurare un rapporto con il curatore Gustaf Munthe, che si rivelerà fondamentale per anni. Grandi scatole di libri viaggiano avanti e indietro, in treno tra Värnamo e Göteborg.
Il Funkis e la strada che Mathsson non prende
Negli anni '30, la Svezia ha una risposta chiara alla modernità: il Funkis. Strutture leggere, materiali autentici, nessun ornamento che non serva. Un'estetica razionale e democratica, pensata per migliorare la qualità della vita quotidiana di tutti.
Mathsson non si omologa. Nei primi anni Trenta, mentre il Funkis di affermati designer come Axel Larsson e Sven Markelius detta legge in Svezia, Mathsson comincia a proporre sedute di forma organica in netto contrasto con la moda corrente, introducendo concetti innovativi che riguardano l'ergonomia.
La sua posizione è chiara e radicale: la sedia deve avere la forma che il corpo umano richiede quando si siede, si lavora, si riposa. Non geometria, ma anatomia.
L'ergonomia come metodo scientifico
Bruno Mathsson studia attentamente la meccanica del sedersi.
Il suo esperimento sulla neve è studiato in tutti i corsi di design, quando si parla di ergonomia. Mathsson si siede su un cumulo di neve per osservare l’impronta lasciata dal suo corpo. Da lì, trae ispirazione per la forma delle sedute.
Affascinato da Le Corbusier, sperimenta con la fisiologia delle curve della seduta regolate in base al corpo, il che porta a prototipi per la sedia da lavoro, la poltrona e la chaise longue. Pensa che i singoli pezzi di arredamento debbano interagire con la stanza in cui sono collocati e con l'architettura.
Scarta anche le idee tradizionali sull'altezza delle sedie e dei tavoli, creando forme sottili e sedute adattate a superfici orizzontali più basse.
Funzione e comfort sono i suoi obiettivi primari e la meccanica della seduta occupa costantemente la sua mente.
Studia come la schiena si inclina, dove si concentra il peso, come le braccia trovano appoggio in modo naturale. Sono ricerche che anticipano di decenni quello che poi si chiamerà “ergonomia applicata al design”.
La sedia barocca e la visita all’Esposizione di Stoccolma
Nel 1930, Värnamo ospita una mostra di arti e mestieri in cui il laboratorio Karl Mathsson espone una sedia in stile barocco lavorata da Bruno Mathsson.
La sedia gli vale una borsa di studio, con cui ha l'opportunità di visitare l'Esposizione di Stoccolma che segna il lancio del movimento funzionalista svedese. Mathsson torna da quel viaggio con tante nuove idee.
Grasshopper: l’innovazione e la soffitta di un ospedale
L'anno successivo nasce la poltrona Grasshopper (Gräshoppan). La poltrona, realizzata per la sala d'attesa dell'Ospedale di Värnamo, viene soprannominata "la Cavalletta" dal personale, che la trova così brutta da metterla in soffitta dopo poco tempo
Copyright © 2018 - Images All Rights Reserved - Möbeldesignmuseum
Questa sedia innovativa, si presenta con una seduta in trama intrecciata tesa su un telaio i cui braccioli e gambe sono realizzati in un unico elemento arcuato di legno scultoreo. È la sua prima espressione di ciò che il mobile potrebbe e dovrebbe essere.
Elimina la tappezzeria tradizionale, rendendo l'intreccio di canapa sia funzionale che esteticamente gradevole.
L'Arbetsstol (poi Eva): dal 1933 al 1936, una nuova idea di sedia
Tra il 1933 e il 1936, Mathsson lavora alla Arbetsstol, letteralmente "sedia da lavoro". La seduta deve seguire la forma del corpo umano e i suoi stessi componenti devono, il più possibile, adattarsi ad essa.
Il problema che risolve è concreto: fino a quel momento, per rendere confortevole lo schienale e il sedile di una poltrona serviva un'abbondante imbottitura: voluminosa, costosa, che nel tempo richiede presto manutenzione o sostituzione.
Mathsson trova un'altra strada.
Negli anni '20 e '30 sviluppa una tecnica per costruire sedie in legno curvato con intreccio di fasce di iuta o di canapa.
Poltrone Eva
Public domain mark (CC pdm)
L'intreccio a trama e ordito delle fibre naturali crea una superficie flessibile che asseconda il peso del corpo, distribuisce la pressione e respira.
Non ha bisogno di imbottitura perché è essa stessa l'ammortizzatore. Al tempo stesso, aggiunge texture, pattern e un'estetica pulita che non fa rimpiangere la presenza del tessuto.
Dal 1978 questa sedia cambierà nome e passerà alla storia come Eva.
Mathsson ha l'abitudine di attribuire nomi femminili ai suoi pezzi (Eva, Pernilla, Miranda, Mina, Karin) -"per dare a ciascun pezzo un'identità propria"- come spiega lui stesso. È un gesto che umanizza il mobile, lo porta dalla categoria dell'oggetto a quella della presenza.
La sedia Eva acquistata per gli spazi pubblici del Museum of Modern Art di New York non è mai uscita di produzione.
La poltrona Pernilla
Nel 1934, nasce la Pernilla, uno dei pezzi più amati dai collezionisti di tutto il mondo, che prende il nome da una delle figlie di Bruno Mathsson.
Come il designer finlandese Alvar Aalto, Mathsson è uno dei primi scandinavi ad abbracciare forme ondulate e biomorfe nel mobile. I suoi pezzi iniziali come la serie Eva e Pernilla incorporano telai in faggio curvato dalla linea drammaticamente fluente, rendendoli tra le opere più immediatamente riconoscibili del design del XX secolo.
La Pernilla è una dichiarazione: il corpo umano non si siede con la schiena in posizione verticale quando vuole riposarsi. Si inclina, si distende, cerca un angolo tra il seduto e lo sdraiato. Mathsson costruisce quella posizione attraverso il legno.
Il telaio è in legno lamellare curvato a vapore, la seduta in faggio, lo schienale e la seduta sono in canapa intrecciata. Nelle versioni successive arriva la pelle, che invecchia magnificamente, si ammorbidisce con l'uso e racconta gli anni.
Poltrona Pernilla vintage di Bruno Mathsson, prodotta da Karl Mathsson
La Pernilla nasce negli anni Trenta all’interno della produzione di Karl Mathsson, l’azienda di famiglia. Negli anni successivi, con la collaborazione con Dux, il modello viene prodotto su scala più ampia, contribuendo alla sua diffusione internazionale.
1936: il mondo scopre Mathsson
Nel 1936, a ventinove anni, Mathsson tiene la sua prima mostra personale al Röhsska Konstslöjdmuseet di Göteborg, il principale museo svedese di design e arti applicate. È la prima consacrazione ufficiale.
L'anno successivo, nel 1937, la sua reputazione internazionale viene lanciata con i mobili in legno curvato esposti nel padiglione svedese all'Esposizione Mondiale di Parigi.
Edgar Kaufmann Jr., direttore del Dipartimento di Design Industriale del Museum of Modern Art di New York, vede i mobili e raccomanda che la sedia Eva, allora chiamata Work Chair, venga acquistata per gli spazi pubblici del nuovo edificio del MoMA, progettato da Philip Goodwin e Edward Durrell Stone e completato nel 1939.
A Parigi riceve il Grand Prix per il suo letto Paris. È il riconoscimento che mancava: ora il mondo sa chi è Bruno Mathsson.
New York, 1939: l'America lo consacra
Nel 1939 espone al padiglione svedese alla New York World's Fair, consolidando la sua popolarità negli Stati Uniti.
Nel 1949, Baldwin Kingrey, il più grande rivenditore di mobili moderni del Midwest, gli dedica una mostra personale nel suo negozio di Chicago che riceve ampia pubblicità.
Il Tavolino Annika: semplicità come identità
Nel pieno della sua carriera, accanto alle grandi sedute, Mathsson lavora su un pezzo apparentemente minore, ma rivelatore del suo modo di intendere il mobile in tutte le sue forme.
Mathsson realizza che i tavolini sul mercato al tempo non si prestano ad affiancare le sue sedie moderne (modelli come Eva e Pernilla). Sviluppa lui stesso, allora, una serie di tavolini che per forma, praticità e misure, possono essere affiancati alle sue sedute.
Il tavolino Annika, progettato nel 1936 e prodotto in versioni successive, esiste in tre forme: rotondo con tre gambe , quadrato con quattro gambe, rettangolare con sei gambe, permettendo combinazioni interessanti e contrastanti quando raggruppati.
La versione più classica è in betulla con piano in masur birch,la betulla riccioluta, con le sue venature irregolari e ipnotiche, quasi un'opera d'arte naturale applicata al tavolo. Le gambe cabriole sono una scelta che alleggerisce visivamente il pezzo e che fa da eco ai mobili classici.
Tavolino da caffè in rovere disegnato da Bruno Mathsson con marchio originale, 1966
Gambe cabriole
Le gambe a cabriole sono un elemento tipico del mobile europeo del XVIII secolo.
Si riconoscono per la loro linea curva, che alterna una parte concava e una convessa, ispirata alla forma del garretto di un animale, come un cavallo o un cervo. Sono tipiche dello stile Luigi XV e Queen Anne.
Come molti suoi colleghi danesi, con questo pezzo Mathsson attinge alla tradizione, reinterpretandola e ripulendo il design da decorazioni e orpelli.
Annika viene prodotta da Firma Karl Mathsson e poi da DUX, in varianti che nel tempo includono pino Oregon, betulla della Carelia e teak.
È un pezzo ricercato nelle aste scandinave per la sua grazia ed eleganza.
Dal 1945 al 1957: quando Mathsson costruisce case
Tra il 1945 e il 1960, Mathsson si dedica maggiormente all’architettura.
È il primo in Svezia a costruire strutture completamente in vetro con pavimenti riscaldati. In questi quindici anni realizza circa 100 strutture. Sono esperimenti abitativi in cui luce, natura e architettura si fondono in un sistema unico.
L'architettura di Mathsson viene influenzata anche da una visita alla Eames House di Charles e Ray Eames nel marzo del 1949, mentre era in fase di completamento.
Negli anni '40 compie un lungo viaggio negli Stati Uniti insieme alla moglie Karin, durante il quale entra in contatto con figure chiave del design e dell’architettura moderna come Charles Eames, Walter Gropius, Hans Knoll e Frank Lloyd Wright.
La Summer House di Frösakull
Karin e Bruno Mathsson, che vivevano in un'ala in affitto del Toftaholms Manor-Hotel, costruiscono la loro prima casa nel 1960 a Frösakull, sulla costa ovest svedese. Una casa estiva in cui il confine tra interno ed esterno cessa quasi di esistere.
La casa porta l'impronta della vicinanza alla natura, del semplice e funzionale e dell'amore di Bruno Mathsson per la luce.
Casa estiva di Bruno Mathsson
Skandinavisk Design, Pubblico dominio
I tre lati in vetro isolante, il sistema che lui stesso brevetta con il nome Bruno-Pane, permettono alla natura di entrare dentro e alla luce di cambiare con le ore del giorno. I pavimenti riscaldati consentono di vivere la casa anche nella stagione più fredda.
Come se fosse conservata nel tempo, la casa di Tånnö contiene tutto (anche se si tratta di una dimora estiva): da una vasta collezione di libri fino alle tende floreali in cucina, ogni piccola caratteristica è stata amorevolmente realizzata e sistemata da lui.
Bruno Mathsson prende in mano la Karl Mathsson
Nel 1957, Mathsson riprende in mano l'azienda di famiglia. L'anno successivo incontra il matematico e designer Piet Hein e da quell'incontro nasce uno dei tavoli più importanti del Novecento.
Piet Hein e Superellipse: quando la matematica risolve un problema di convivenza
La sua collaborazione più audace di questo periodo è il tavolo Superellipse creato in collaborazione con Piet Hein, poeta, matematico e designer danese.
La storia del tavolo Superellipse inizia in una piazza.
Piet Hein sviluppa la formula matematica della superellisse, una curva che sta a metà tra il rettangolo e l'ellisse, mentre lavora alla pianificazione di Sergels Torg, la piazza centrale di Stoccolma.
La sfida, era trovare una forma per la piazza che non avesse angoli netti ma non fosse nemmeno un cerchio: qualcosa che ottimizzasse il flusso pedonale e sembrasse naturale nell'ambiente urbano.
Mathsson vede in quella formula una soluzione a un problema antico del tavolo da pranzo: la superellisse non ha estremità distinte, il che la rende un tavolo democratico. Nessun posto di capotavola, nessuna gerarchia implicita. Chiunque si sieda è allo stesso livello visivo e relazionale degli altri.
Designmuseum Danmark: Furniture Index
RP06598 - Strüwing - ICF
Con Piet Hein, Mathsson progetta un tavolo che ha un piano laminato e quattro gambe tubolari in acciaio che spuntano come steli di fiori da un'unica base.
L'elegante tavolo poggia su “Spanlegs”: gambe ampie, aperte, che si estendono lateralmente e che possono essere facilmente rimosse con un meccanismo a tensione. Le Spanlegs danno l'impressione che la forma ellittica fluttui nello spazio.
Fritz Hansen produce Superellipse in diverse versioni, inclusa una estensibile. Il tavolo è ancora in produzione oggi ed è uno dei pezzi vintage di Mathsson più famosi.
La Poltrona Jetson: quando Mathsson abbraccia l'acciaio
Quando negli anni '60 Mathsson torna definitivamente al mobile, lo fa con materiali completamente nuovi.
Nel 1966 viene prodotta la Jetson Chair, un design unico con seduta sospesa.Il design impiega strutture in acciaio inossidabile e sedute in mesh, materiali che non avevano niente a che fare con il legno curvato degli anni '30.
La Jetson è la sedia più futurista che Mathsson abbia mai disegnato: base girevole in acciaio cromato, schienale alto con poggiatesta, seduta a conchiglia rivestita in pelle o tela. Ha uno schienale progettato per essere ergonomico. Un cuscino poggiatesta incorporato è la ciliegina sulla torta: un dettaglio che garantisce un comfort ottimale.
Poltrona girevole vintage “Jetson” di Bruno Mathsson
È prodotta da DUX, l'azienda svedese con cui Mathsson costruisce negli anni '60 e '70 la sua seconda stagione creativa.
La Jetson è oggi una delle sedie più cercate nelle aste di design scandinavo, riconoscibile immediatamente per la sua forma (che sembra uscita da un film di fantascienza anni '60) e per la qualità costruttiva che la fa sembrare ancora contemporanea. Una Jetson vintage in pelle originale e cromatura integra è un pezzo raro.
Il Tavolo Maria Flap: la praticità come poesia
Maria Flap è un tavolo da pranzo con gambe a cavalletto e top a cerniera. Quando completamente esteso, può ospitare fino a dodici persone.
Quando chiuso, si riduce a pochissimi centimetri di spessore e può essere anche riposto e nascosto facilmente.
Tavolo pieghevole in rovere modello “Maria Flap” di Bruno Mathsson, 1969, con marchio originale.
Due condizioni ai poli opposti, rare singolarmente, rarissime in combinazione, ma non è tutto qui.
Non esistono solo due stati (chiuso/aperto). La superficie si modula progressivamente:
- compatto, per 2-4 persone;
- intermedio, per 4-6 commensali;
- completamente esteso, per occasioni speciali o famiglie numerose.
È la soluzione perfetta al problema delle case piccole che vogliono ospitare tavolate grandi. Il meccanismo a gate leg permette di aprirlo sezione per sezione, raddoppiando o triplicando la superficie d'appoggio, senza mai perdere la stabilità. Un meccanismo di chiusura in ottone tiene ferma la sezione centrale quando il tavolo è ripiegato.
Il piano esiste in diverse essenze (teak, noce, palissandro). È un tavolo pratico che non finisce mai di sorprendere per quanto spazio riesce a contenere e liberare.
1955: il Gregor Paulsson Trophy
Nel 1955 Mathsson riceve il Gregor Paulsson Trophy: il riconoscimento più importante che la Società Svedese di Artigianato e Design assegna a chi ha contribuito in modo significativo alla cultura del design svedese. È un premio che porta il nome di Gregor Paulsson (il teorico che aveva scritto il manifesto del design svedese moderno negli anni '20) e viene assegnato a chi ne incarna i valori: qualità, funzionalità, accessibilità.
Per Mathsson è un riconoscimento tardivo, quanto meritato. A quell'epoca i suoi mobili erano già nelle case, nei musei, nelle esposizioni internazionali di mezzo mondo.
Perché associamo Bruno Mathsson al design danese, pur essendo lui svedese?
Il suo linguaggio formale, le curve organiche, la priorità del corpo, il rifiuto dell'ornamento e l’alta attenzione costruttiva: questi elementi lo rendono molto più vicino alla tradizione danese che a quella svedese del Funkis geometrico.
Il mercato internazionale lo percepisce come parte di quella grande stagione del design nordico che comprende designer danesi come Wegner, Juhl, Kjærholm.
Quello che resta
Quello che rende unici i mobili di Bruno Mathsson è che, pur essendo stati progettati in gran parte negli anni '30 e '40 e considerati "classici", sembrano ancora eternamente giovani.
Le vendite internazionali sono ai massimi storici e i suoi design trovano nuovi pubblici esposti in musei di tutto il mondo.
Il fatto che sedie come Eva non siano mai uscite di produzione dà la misura di quanto Mathsson sia stato e continui ad essere attuale e incisivo sia nel design che nell'architettura.
Muore il 17 agosto 1988 a Värnamo, la stessa città in cui è nato, la stessa in cui aveva cominciato a lavorare il legno da ragazzo. Aveva 80 anni e stava ancora lavorando, seguendo lo sviluppo dell'informatica e creando una linea di mobili per computer con tutte le qualità necessarie per diventare classici del futuro.
Noi di Casafika selezioniamo periodicamente pezzi vintage di Bruno Mathsson direttamente in Scandinavia, uno alla volta, per materiali originali, condizioni e storia, arredi unici, che si fanno apprezzare nell’uso quotidiano e in grado di diventare protagonisti in ogni stanza.