Grete Jalk

Grete Jalk: la designer danese che ha piegato il legno come carta

C'è una sedia al MoMA fatta di soli due pezzi di compensato curvato.
La firma è di Grete Jalk, Copenhagen, 1963. Il MoMA la volle dal primo momento in cui fu esposta.

Il design danese ha cambiato il modo in cui il mondo guarda un mobile. Grete Jalk è tra le persone che lo hanno reso possibile: mescolando innovazione e qualità artigianale, ha portato il compensato curvato dove nessuno aveva ancora osato.

Chi è Grete Jalk? Andiamo alla scoperta della sua storia di vita e delle opere che ci ha lasciato in eredità.

GetImage

Prima del design: filosofia, legge e la scelta che cambiò tutto

Copenhagen, 1920. Grete Juel Jalk nasce in una città che stava trovando la sua voce modernista, negli anni trasformativi tra le due guerre.
Della sua infanzia non sappiamo quasi nulla: le fonti biografiche tacciono, quasi ci sia un sipario calato sui suoi primi anni.

Quello che sappiamo è che Grete è brillante.
Studentessa modello alla scuola secondaria (lingue e filosofia), guadagna diversi titoli accademici.

Dopo la scuola secondaria si iscrive all’università per studiare legge e filosofia. Completa la parte filosofica, ma poi sceglie di abbandonare l’università a metà corso per intraprendere una nuova strada.

Tale percorso di studi culmina (dal ‘41 al ‘43) con un apprendistato come møbelsnedker (la figura artigianale specializzata nella produzione di mobili in legno di qualità) con la maestra ebanista Karen Margrethe Conradsen.

Mani nel legno, misure, incastri, odore di trucioli. Una base concreta, fisica, che avrebbe sempre segnato il suo approccio al progetto.

Grete Jalk allieva di Kaare Klint: la tradizione che decodifica il futuro

C'è un passo nella formazione di Grete Jalk che vale la pena sottolineare, perché anticipa molto di ciò che lei sarebbe diventata.

Nel 1946 si diploma alla Royal Academy of Fine Arts di Copenhagen come studentessa di Kaare Klint, il designer e pedagogo che è considerato il padre del moderno design danese.

Studiare con Klint non significava solo imparare a disegnare mobili, ma sposare dei principi chiave.

La scuola di Kaare Klint

Tra gli allievi della Furniture School di Kaare Klint, alla Royal Danish Academy, figurano alcuni dei nomi più importanti del design del Novecento: Poul Kjærholm, Børge Mogensen, Hans J. Wegner. Grete Jalk era tra loro.

Il metodo di Klint univa tradizione e razionalismo: studio dei classici storici, proporzioni umane, artigianalità impeccabile.

Una formula che avrebbe reso il design danese celebre nel mondo intero.

Klint era convinto che il grande design non nascesse dal niente, ma da una comprensione profonda di ciò che esisteva già: la sedia Windsor, i classici inglesi del Settecento, le forme greche e romane. I suoi allievi studiavano la storia del mobile come si studia la grammatica di una lingua, per poi parlarne in modo nuovo.

Accanto alla storia, c'era l’innovazione, come lo studio delle misure antropometriche in relazione al design. Quanto è alta una sedia per essere comoda a un corpo umano seduto? Quale angolo deve avere uno schienale? Sono domande ovvie oggi, meno negli anni ‘40.

La formazione Arts and Crafts e il percorso di studi con Klint condividono un'idea di fondo: il mobile è un oggetto che nasce dalle mani prima che dalla mente e la produzione di massa non deve essere il fine, semmai, una sfida da affrontare senza sacrificare la qualità.

Jalk eredita entrambe le anime e ne fa il suo manifesto.

Diploma e primo premio, di pari passo

Grete Jalk non deve aspettare a lungo per ottenere il suo primo grande riconoscimento. Nello stesso anno del diploma (1946), vince al primo colpo il primo premio della Cabinetmaker Guild Competition , il concorso annuale indetto dall'Associazione degli Ebanisti danesi.

Grete Jalk alla Triennale di Milano

Nel 1951, i suoi lavori vengono esposti alla IX edizione della Triennale di Milano.

È un momento significativo: quella edizione della Triennale è un crocevia dell'avanguardia internazionale del design e dell'architettura. La presenza danese - con Jalk tra i protagonisti - contribuisce a consolidare l'immagine di una Scandinavia che aveva qualcosa di profondo da dire al mondo.

Anche in questa occasione, i suoi progetti si fanno notare: sono innovativi e accattivanti.

1953: l’inizio dell’attività e il premio

Il 1953 è un anno straordinariamente florido per Jalk: apre il suo studio di design a Copenhagen e vince la Georg Jensen Competition, uno dei premi di design più ambiti della Danimarca, legato alla storica manifattura di oreficeria e design di eccellenza.

He e She Chair: la questione del genere, due poltrone e un incendio

Nel 1963, il quotidiano britannico Daily Mirror lancia un concorso per progettare una sedia per lui e una sedia per lei. Due sedie, due corpi, due modi diversi di stare seduti.

Grete Jalk partecipa e vince entrambi i premi - sia per la He Chair che per la She Chair. Porta a casa due primi posti, con due poltroncine in legno lamellare curvato, tecnicamente diverse nei dettagli ergonomici, identiche nella raffinatezza estetica.

Chair e She Chair Grete Jalk con - da sinistra - i modellini di He Chair e She Chair
Credits Gallery Feldt

La He Chair è progettata con uno schienale più alto della She. Quest’ultima, in compenso, è dotata di un poggiapiedi combinato, scelta nata da un’osservazione personale di Jalk.

“Mi piace molto alzare le gambe quando sono seduta su una sedia, così ho pensato che anche ad altre donne sarebbe piaciuto farlo”.
Grete Jalk

La storia di queste due meravigliose poltrone, però, ha un finale brusco: il cabinetmaker Poul Jeppesen realizza i prototipi, ma un incendio nella sua fabbrica li distrugge prima che possano andare in produzione.

La Bow Chair: quando due pezzi di legno diventano un manifesto

Siamo nel 1963. Grete Jalk ha quarantatré anni, uno studio affermato, una reputazione costruita con costanza e lavoro.
Questo è l'anno in cui crea l'oggetto con cui il suo nome vivrà per sempre: la Laminate Chair, conosciuta nel mondo come GJ Bow Chair.

La sedia è composta da soli due pezzi di compensato curvato in teak, modellati secondo linee che cambiano piano tridimensionale con una fluidità che sembra impossibile per il legno.
Si tratta di due forme quasi identiche, ognuna plasmata con l’apparente semplicità di un nastro di carta spessa modellato con le dita.
Uniti tra loro da bulloni quasi invisibili nella parte posteriore bassa, i due elementi creano una struttura organica e leggera nonostante il materiale.

Jalk era affascinata da quello che Alvar Aalto faceva con il legno lamellare in Finlandia e da come Charles Eames plasmasse il compensato curvato come fosse argilla, ma la Bow Chair non era un omaggio, piuttosto, una risposta.

Una risposta più radicale, più scultorea, più audace di quanto fatto con quel materiale fino ad allora.

Via-Lange_Production Laminate Chair o GJ Bow Chair, Credits Lange Production

Questo capolavoro si aggiudica la vittoria della British Furniture competition e, fin da subito, viene acquisito dal MoMA di New York, dove è rimasto in esposizione permanente.

Nesting Table Nesting Table, 1963
Credits; Wikipedia, By Ramblersen - Own work, CC BY-SA 3.0

C'è chi sostiene che fosse troppo complessa per la produzione industriale dell'epoca, chi sostiene che il mercato non fosse ancora pronto per quelle forme.

Di fatto, la Bow Chair fu inizialmente prodotta solo in 300 pezzi.

Curiosità: Lange Production fu fondata nel 2006 e fino al 2008 si era concentrata esclusivamente sulla riproduzione dei mobili classici di Fabricius & Kastholm.
Il lancio delle opere di Jalk segnò l'inizio di una nuova era per l'azienda.

She Chair e Bow Chair: facciamo chiarezza

Molte fonti online usano il nome She Chair per indicare la Bow Chair, la sedia scultorea in compensato curvato del 1963. È un errore che si ripete e si moltiplica e vale la pena fare chiarezza.

Bow Chair e She Chair di Grete Jalk non sono la stessa cosa.

Sono due oggetti completamente diversi, separati da dieci anni di carriera e da una storia drammatica.

La She Chair nasce in coppia con la He Chair nel 1963, per un concorso del Daily Mirror. Le due poltrone sono costruite con una struttura di nove strati di compensato e imbottitura in schiuma di gomma rivestita in pelle - forme tondeggianti, sinuose, differenti dalla geometria scultorea della Bow Chair. La storia è famosa, ma non essendo mai state prodotte in serie, ai giorni nostri non abbiamo molte foto dei modelli, anche perchè, come anticipato, andarono bruciati in un incendio.

La Bow Chair - detta anche GJ Chair o Laminate Chair è formata da due pezzi di compensato curvato in teak, nessuna imbottitura, nessuna struttura aggiuntiva: pura geometria. È questa che il MoMA acquista lo stesso anno.

Due storie diverse, due estetiche opposte, un'unica firma: Grete Jalk.

Grete Jalk e Mobilia: la rivista che ha dato voce al design danese nel mondo

Tra il 1956 e il 1974 (con un'interruzione), Grete Jalk è co-editor di Mobilia, la rivista di design e arredamento più influente della Danimarca e una delle più rispettate a livello internazionale. Fondata nel 1955 da Gunnar Bratvold come continuazione internazionale della precedente rivista Møbler, Mobilia aveva una missione precisa: portare il concetto di "Danish Design" all'attenzione del mondo.

Jalk_Mobilia_no Copertina della rivista Mobilia no. 41
Credits: Modernism101

Non era una rivista patinata e celebrativa. Aveva contenuti controversi, un formato quadrato inconfondibile e una redazione che includeva nomi come Poul Henningsen, Arne Jacobsen, Verner Panton, Poul Kjærholm.

Era pubblicata in danese, inglese, tedesco e francese, e più della metà dei suoi lettori era al di fuori della Danimarca (in Australia, negli Stati Uniti, in Giappone). La casa editrice di Bratvold a Borupgård, nel nord della Zelanda, era un punto di incontro vivace dove designer e professionisti si ritrovavano fisicamente per discutere, mostrare progetti, fare cultura.

Dopo la morte di Bratvold nel 1966, Jalk divenne l'ancora editoriale della rivista, guidandola fino al 1974.

Il mondo di Grete Jalk in pochi oggetti straordinari

La Bow Chair è la sua opera più celebre, ma Jalk non si è mai limitata a un solo linguaggio.

Nel 1947 progetta per la prima volta mobili attorno al concetto di "casa della donna professionista moderna": un set composto da un divano letto, una scrivania, un sistema di contenimento a parete.

Funzionale, elegante, pensato da chi sa cosa vuol dire lavorare e poi tornare a casa in un piccolo appartamento di città.

La Easy Chair o GJ 118 è una poltrona nata per il mercato americano, da una richiesta di France & Søn (France & Daverkosen). Era smontabile e veniva così esportata più facilmente. Oggi è prodotta da Lange Production e viene distribuita assemblata.

ch GJ 118 - Easy Chair, Credits Lange Production

Jalk progetta sedie, tavoli, daybed, divani, poltrone e tanto altro, ma uno dei pezzi più differenzianti è Watch and Listen Unit, del 1963.
Un sistema a parete pensato per esporre, non nascondere, televisori, giradischi e impianti stereo.
Nell'epoca in cui tutti i designer cercavano di camuffare la tecnologia dietro ante e tendaggi, Jalk la metteva in mostra, le costruiva intorno una casa dignitosa.

Nel corso della sua carriera collabora con alcuni dei produttori più importanti del design danese. Ognuno di questi rapporti ha prodotto opere significative.

  • Per Fritz Hansen Jalk disegna sedie in acciaio tubolare con un linguaggio formale raffinato e preciso.
  • Per Poul Jeppesen, il legno lamellare curvato diventa il territorio di sperimentazione per la Bow Chair e per la serie di sedie che la precede.
  • Oltre ai mobili, Jalk firma anche carte da parati e rivestimenti tessili per Unika Væv e argenteria per Georg Jensen.

Coffee Table GJ Coffee Table, Credits Lange Production

Un raggio d'azione che dice molto del modo in cui lei concepiva il design: non come una specializzazione, ma come un modo di guardare il mondo e di organizzarlo.

Essere una donna, in quel mondo, in quel momento

C'è qualcosa che vale la pena dire esplicitamente, senza giri di parole: il design danese degli anni '40, '50 e '60 era un ambiente quasi esclusivamente maschile. Per convenzione, per aspettativa sociale, per il modo in cui le porte degli studi e delle manifatture tendevano ad aprirsi più facilmente per certe mani.

Grete Jalk fu una delle poche donne a costruirsi una carriera solida in questo contesto. Raccoglieva i premi, continuava a progettare, e lasciava che il lavoro parlasse per lei.

L'eredità: il design danese come lingua universale

Grete Jalk appartiene a quel gruppo di professionisti che ha reso il design danese un punto di riferimento globale, desiderato da Tokyo a San Francisco, esposto nei musei, imitato da tutti.

Oltre alle opere, Jalk ha lasciato in eredità la sua visione ai suoi allievi, attraverso mostre e libri.

Jalk ha insegnato per diversi anni alla Scuola di Arti Applicate di Copenhagen, trasmettendo agli studenti lo stesso rigore che lei aveva ricevuto da Klint e da Conradsen.

Inoltre, nel 1974 ha organizzato - progettandola in prima persona - una mostra itinerante del design danese per il Ministero degli Esteri, presentata in 25 luoghi nel mondo.
La scenografia era tutta sua: casse di cartone ondulato a forma di cubo con serigrafie, che fungevano da espositori, pannelli, vetrine e corpi illuminanti. Funzionalità e poetica nello stesso oggetto.

L’impegno editoriale iniziato con Mobilia, sfociò nell'opera più ambiziosa della sua vita intellettuale: la curatela di Dansk møbelkunst gennem 40 år. Quarant'anni di design danese del mobile, un'opera in quattro volumi pubblicata tra il 1987 e il 1990, ancora oggi considerata la fonte enciclopedica di riferimento per chiunque voglia studiare seriamente la storia del mobile danese del Novecento.

Il talento di Grete Jalk si apprezza meglio dal vivo. È per questo che, noi di Casafika, i suoi pezzi li andiamo a cercare direttamente in Scandinavia. Quando arrivano qui, sono pronti per durare altri sessant'anni.

Design By Grete Jalk