Hans Wegner
Hans Wegner: il maestro delle sedie senza tempo
Ci sono persone che scelgono il loro mestiere e poi ci sono quelle che appaiono come destinate a svolgere una professione.
Hans Wegner appartiene alla seconda categoria.
La famiglia racconta che eseguisse ritagli di carta e piccoli schizzi, prima ancora di saper camminare.
Quella che sembrava una stravaganza, si è rivelata, poi, una missione di vita. Gli schizzi di Wegner sono diventati progetti e poi arredi. Arredi dalle forme semplici, frutto di contaminazione di epoche diverse e alta qualità artigianale, gli stessi capisaldi che, anche con il contributo di Wegner, hanno fatto la storia del design danese.
Nasce con la matita in mano (e non è una metafora)
Wegner nasce nel 1914 a Tønder, una città all’epoca tedesca, che solo sei anni dopo passerà alla Danimarca.
Suo padre è un calzolaio e il piccolo Hans respira sin da piccolo l’affascinante routine della bottega artigianale, dove l'aria sa di pelle conciata, di filo cerato, di gesti ripetuti migliaia di volte fino a diventare automatici.
Impara presto che un oggetto ben fatto non mente: le cuciture di una scarpa dicono tutto sulle mani di chi le ha create.
Lavora e osserva incantato quella falegnameria sulla stessa strada, H. F. Stahlberg. Quando ci passa davanti rallenta: sente il profumo del legno.
Il legno lo affascina e chiede ogni tanto degli scarti proprio lì, per trasformare quei blocchetti di legno in giocattoli intagliati.
Si circonda di trucioli e sperimenta, il piccolo Hans, ma a 14 anni, quella passione inizia a trasformarsi in qualcosa di più.
Chiede, proprio a quel negozio, di imparare e diventa apprendista.
Copenhagen, gli anni della formazione e il colpo di fulmine con l'artigianato danese
Proprio durante questa esperienza, Wegner crea le sue prime sedie. Semplici, comode e influenzate dal design europeo del tempo.
Il suo stile unico non è ancora definito, ma forse non sa che di sedie, nel corso della sua carriera ne disegnerà oltre 500.
La parentesi nella falegnameria vicino alla bottega di famiglia, si interrompe quando viene chiamato per il servizio militare.
Quando torna, ha le idee chiare. Vuole tornare ad imparare.
Siamo negli anni ‘30 e Copenhagen è il centro gravitazionale del design nordico. C'è fermento, c'è una tensione fertile tra la tradizione artigianale scandinava e le influenze funzionaliste che arrivano dall'Europa continentale.
Wegner si iscrive al Politecnico, studia falegnameria, ma è la mostra annuale della Copenhagen Cabinetmakers' Guild a cambiargli qualcosa dentro. Osserva nel dettaglio gli arredi esposti, in particolare quelli di Larssen e Kindt-Larsen e capisce che non è ancora pronto per mettersi in proprio.
C’è un altro episodio che conferma questo suo pensiero e lo allontana dall’idea di mettersi subito in proprio.
Con il Politecnico, Wegner va a fare visita al museo delle Arti Decorative con il compito di misurare gli arredi d’epoca esposti.
Lavora a stretto contatto con quei pezzi storici e ne coglie i dettagli e le lavorazioni. Vuole affinare ancora le sue capacità, prima del grande passo.
Dalla falegnameria al design del mobile
Con questa nuova consapevolezza, Wegner si sente pronto ad esplorare un nuovo aspetto della produzione del mobile: il design.
Frequenta la scuola di Arts and Crafts - la Kunsthåndværkerskolen - e qui trova il linguaggio che cercava: un metodo che non rifiuta la tradizione, ma la smonta, la esamina pezzo per pezzo, e la rimonta in forma moderna.
Maestro di questo pensiero è Kaare Klint, uno degli insegnanti proprio della Kunsthåndværkerskolen. Teorico, designer e docente, ha formato i professionisti dell’età d’oro del design danese.
Dopo soli due anni Wegner si ritrova a fare pratica nello studio di Flemming Lassen (lo stesso Lassen le cui opere aveva ammirato alla Copenhagen Cabinetmakers’ Guild qualche mese prima) ed Erik Møller.
Hans Wegner e l’esposizione del 1938
Un forte segnale del suo essere promettente arriva nel 1938, quando Wegner sale su quel palco che tanto lo aveva affascinato da studente.
Espone alla Copenhagen Cabinetmakers’ Guild per la prima volta: una zona pranzo completa, sei sedie, un tavolo rettangolare, una cassettiera bassa, un highboard. Il set da pranzo è tradizionale, sobrio, ben eseguito.
Il suo stile non è ancora riconoscibile, ma accanto al set c'è una poltrona che parla un linguaggio nuovo, moderno, identitario: una dichiarazione stilistica, il primo accenno di una voce propria che spinge per uscire.
Che ci sia lui, ventenne, figlio di un calzolaio di Tønder, su quel palco dove si decide chi conta nel design danese, quella è già storia.
Arne Jacobsen, la città di Åarhus e la prima grande svolta
Dal 1938, Erik Møller lavora a un progetto enorme insieme ad Arne Jacobsen: il progetto vincitore per la realizzazione del municipio di Åarhus.
A Wegner, quindi, viene affidata la progettazione degli arredi di un edificio pubblico di scala cittadina, a cui lavorerà fino al 1942.
Åarhus City Hall e la moderna concezione di progetto
Il municipio di Åarhus City Hall è innovativo perché rompe con l’idea tradizionale di edificio istituzionale: linee essenziali, grandi superfici vetrate e un linguaggio funzionalista comunicano un potere più aperto e accessibile.
È uno dei primi esempi di modernismo danese maturo, in cui architettura, interni e dettagli vengono pensati come un sistema coerente, segnando un passaggio chiave nella cultura progettuale del paese.
In questo progetto, Hans Wegner ha un ruolo fondamentale: ancora giovanissimo, progetta gran parte degli arredi, contribuendo a quell’idea di “progetto totale” in cui ogni elemento è disegnato su misura per lo spazio.
Aarhus City Hall - Fonte: Lindberg
Ci lavora circa tre anni. Si occupa della biblioteca, della hall, degli spazi di rappresentanza. È in questo contesto - un progetto architettonico complesso, con vincoli reali, con la necessità di far dialogare oggetti con spazi di prestigio - che nasce la sua filosofia del mobile: spogliare gli arredi del loro aspetto tradizionale ormai datato e lasciare a vista la costruzione, mostrare come il legno si piega e si connette.
La Nyborg Chair del 1940 nasce in questa occasione, per la libreria del municipio, ispirata alle sedie del diciottesimo secolo, ma alleggerita, razionalizzata.
Sempre nel 1940, Wegner corona a nozze con la segretaria conosciuta proprio durante il corso di questo progetto. Un’occasione in più per fare i conti con la sua ambizione più sentita: aprire il suo studio di design.
Vorrebbe continuare a studiare, ma i suoi piani si interrompono bruscamente: il 9 aprile 1940 la Danimarca viene occupata dalla Germania nazista.
Due contratti e un'identità stilistica che emerge
Wegner resta, quindi, ad Århus e, nel 1943, corona finalmente il sogno di aprire il suo studio di design.
La sua agenda è fin da subito quella di qualcuno che non riesce a smettere di progettare.
Stringe uno dei suoi primi contratti da autonomo con PlanMøbel, per cui disegna mobili da ufficio standardizzati.
Poi, ne arriva un altro che sappiamo già durerà ben 26 anni: è quello con Johannes Hansen, la cui bottega ebanista di altissimo livello è specializzata nella realizzazione artigianale di mobili su progetto.
È grazie questa collaborazione che alcune delle sue caratteristiche più riconoscibili iniziano a consolidarsi.
- La seduta flottante, ad esempio, che poggia su due listelli incrociati, risultando sospesa, separabile, rifoderabile in modo agevole.
Un'idea semplice con conseguenze pratiche ed estetiche insieme. La sedia sembra più leggera, più elegante. - I braccioli, spesso rivestiti, pensati non come ornamento, ma come promessa di comfort.
Parallelamente collabora con Børge Mogensen su una linea di arredi accessibili per le piccole case del dopoguerra, supervisionato dal direttore dell’Unione Cooperativa Danese, Frederik Nielsen.
Incontra Palle Suenson, architetto danese, noto soprattutto per edifici pubblici, banche e sedi istituzionali progettate in uno stile sobrio, funzionale e molto attento alla qualità degli spazi.
Insegna alla stessa scuola che aveva frequentato.
Wegner lavora nello studio di Suenson nei primi anni della sua carriera progettando arredi pensati per spazi pubblici.
La Peacock, lo schienale e il segreto di ogni sedia
C'è un momento preciso in cui Wegner capisce cosa lo distingue.
Succede mentre sviluppa con il mastro artigiano Niels Thomsen la Peacock Chair - la sedia pavone, contraddistinta da un alto schienale a raggiera. È il collega designer Finn Juhl a battezzarla così, associando i fuselli dello schienale alla coda aperta del pavone.
Si tratta di una rilettura modernista della tradizionale Windsor chair.
Wegner guarda quello schienale e realizza qualcosa:
“Una sedia non ha un retro: deve essere bella da qualsiasi lato e angolazione la si guardi”.
Peacock Chair - By Ramblersen - Own work, CC BY-SA 3.0
Lo schienale è il punto in cui si concentrano struttura, comfort e identità della sedia. Non a caso lavora con particolare attenzione sulla parte posteriore, usandola per risolvere insieme struttura, ergonomia ed espressione formale.
Da quel momento in poi, ogni sedia che progetta parte da quella consapevolezza.
La Round Chair, Life Magazine e la sedia più bella del mondo
Arriviamo al 1949. Wegner disegna la Round Chair (JH501) per Johannes Hansen.
La morfologia è quella della sedia cinese a medaglione Ming, ma spogliata di ogni ornamento: lo schienale ad arco continuo in frassino curvato a vapore scende lungo i fianchi e diventa braccioli senza interruzione, senza giunture visibili.
Il sedile è intrecciato e lo schienale sinuoso e snello.
La espone al Copenhagen Cabinetmakers' Guild Exhibition e il mercato risponde meravigliosamente.
Questo si rivela quasi problematico: ogni pezzo richiede tempo, cura, lavorazione artigianale, e non si può accelerare senza tradire l'oggetto stesso.
Pubblicazione: The Danish Chair - Credits: Design Museum
Eppure, i clienti continuano ad acquistarle, pur sapendo di dover attendere a lungo per riceverle.
Nel 1950 la rivista americana Interiors la fotografa e la definisce semplicemente "The Chair" - con l'articolo determinativo - come se tutte le altre sedie fossero una categoria e questa fosse la sedia in assoluto. Diventa uno dei simboli del design danese nel mondo.
Nel 1960, durante il primo dibattito televisivo presidenziale americano tra Kennedy e Nixon, entrambi i candidati sono seduti su una sua Round Chair: quell'immagine trasmessa a milioni di americani è anche un manifesto silenzioso dell'artigianato nordico.
5 produttori per un designer
Alla Copenhagen Cabinetmakers' Guild Exhibition, l’imprenditore Ejvind Kold Christensen nota lo stile di Wegner.
Aveva quello che cercava: prodotti ben disegnati e ben diversi dalla maggior parte degli arredi prodotti in massa.
Decide, così, di mettere Wegner in contatto con ben cinque aziende produttrici, affinché si occupassero ognuna di una categoria di mobili.
- Carl Hansen produce le sedie,
- a Getama e A.P. stolen vengono affidate le sedie imbottite, i divani e le poltrone,
- Ry Møbler si dedica a madie e cassettiere,
- Tuck prende in carico la produzione dei tavoli.
La Wishbone: la sedia danese più venduta al mondo
Con questo periodo coincide l’apice della produzione di Wegner.
Nel 1949 nasce una delle sue opere più celebri, diffusissima ancora oggi. Disegna una sedia per Carl Hansen, quella che diventerà la Wishbone Chair (modello CH24), chiamata così per la forma a forchetta dei montanti posteriori dello schienale.
Wishbone Chair - Attribution CC-BY
Quando Carl Hansen la vede per la prima volta, è titubante: “troppo complicata da produrre” . La produzione avrebbe implicato, infatti, l’intervento di altre aziende esterne, per alcuni passaggi.
Nonostante ciò, Hansen si fida di Wegner e manda in produzione alcune sedie.
Il finale della storia lo sai già: la Wishbone Chair, anche detta Y chair, è in produzione continua dal 1950.
C'è però un dettaglio che in pochi conoscono: il sedile intrecciato in corda di carta non era la prima scelta. Wegner voleva in sisal (una fibra naturale rigida e resistente, ricavata dalle foglie dell’agave).
Il sisal nel dopoguerra era introvabile: le rotte commerciali erano distrutte, i materiali scarsi.
La corda di carta era un'invenzione svedese di emergenza bellica, un ripiego. Funzionò così bene - per resistenza, per texture, per il modo in cui invecchia con grazia - che non tornarono mai indietro.
La Wishbone Chair è oggi la sedia danese più venduta nella storia (oggi se ne vendono circa 25.000 all’anno).
Ogni esemplare richiede ancora circa un'ora di lavoro artigianale per l'intreccio del sedile.
La moltiplicazione dei capolavori
Grazie alla rete produttiva consolidata, Wegner progetta a velocità sostenuta. È sempre in questo periodo che emerge la Flag Halyard Chair (1950), con la sua struttura metallica e il sedile realizzato con corda da alberatura navale.
Un oggetto che sembra disegnato da qualcuno che ha deciso di mettere in discussione tutto lo scibile sulla costruzione delle sedute e ha ricominciato da zero.
Flag Halyard Chair - Fonte: Design Museum Danemark
La Shell Chair (CH07), nata nel 1963, così organica nella sua forma che sembra modellata a mano, e che riprende un'intuizione che Wegner aveva avuto già nel 1949 con un prototipo rimasto tale, che ricorda, in alcune componenti, la celebre Lounge Chair dei coniugi Eames del 1956.
La sedia preferita non era la più famosa
Nel 1960 Wegner disegna la Ox Chair (EJ 100) e qualcosa cambia nel modo in cui parla del suo lavoro. La Ox è un omaggio esplicito all'ossessione di Picasso per i tori: la forma bassa, massiccia, con le "corna" formate dai braccioli che si alzano oltre lo schienale, evoca esattamente quell'energia.
Wegner la crea per dimostrare una cosa precisa: il design modernista non doveva essere, come disse lui stesso, dreadfully serious (tremendamente serio). Poteva avere senso dell'umorismo, poteva citare, poteva giocare.
È la Ox a essere quella che lui chiama il suo capolavoro personale. Il pezzo in cui vede tutto quello che voleva dire.
Hans Wegner seduto sulla Ox Chair - Fonte: Design Museum Danemark
Milano, 1951: il design danese arriva in Italia
La IX Triennale di Milano si svolge dal 12 maggio al novembre del 1951 nel Palazzo dell'Arte.
È un crocevia dell'avanguardia internazionale: architettura, arti applicate, design industriale convivono in un'unica esposizione che guarda al futuro del progetto.
La Danimarca partecipa esponendo nel campo dell'arredamento e delle arti applicate, portando una visione basata sulla coscienza sociale e sulla qualità accessibile.
Tra i designer danesi presenti c'è Hans Wegner. La giuria gli assegna il Grand Prix, il riconoscimento più alto dell'esposizione.
Non è un premio alla carriera: Wegner ha 37 anni ed è nel pieno della sua stagione più creativa. È la consacrazione internazionale di un linguaggio, quello del design danese, che Milano apprezza prima di molte altre città.
L'eredità: 500 sedie e un'idea sola
Alla fine della sua carriera, Wegner ha progettato circa 500 sedie. Cinquecento.
Un numero che sembra impossibile finché non si capisce che dietro c'è una sola ossessione, declinata in infinite variazioni: come il legno si connette, come la mano incontra il bracciolo, come la schiena trova supporto senza sentirsi contenuta.
I suoi pezzi sono entrati nella storia perché sono funzionali, artigianalmente impeccabili, duraturi, senza tempo.
Hanno quella caratteristica tipica degli oggetti che sembrano sempre essere esistiti. Sono ispirati al passato, alle Windsor inglesi, alle sedie cinesi Ming, alle tradizioni artigianali scandinave, ma filtrati attraverso uno sguardo che ha eliminato tutto il superfluo, ha tenuto solo la struttura, ha lasciato parlare il materiale.
Nel 1951 Wegner vince anche il Lunning Prize, il riconoscimento più prestigioso del design scandinavo dell'epoca, assegnato ai progettisti che meglio incarnano l'estetica nordica nel mondo. È una conferma, non una rivelazione: a quel punto chiunque lavori nel settore sa già chi è Hans Wegner.
Muore nel 2007, a Copenaghen. Ha vissuto abbastanza a lungo da vedere le sue sedie diventare oggetti di culto, da vedere la Wishbone venduta in tutto il mondo ancora oggi, ancora costruita a mano, ancora intrecciata con la corda di carta che era un ripiego di guerra e si è trasformata in una firma.
Cinquecento sedie, un'ossessione sola: fare le cose per bene. Noi di Casafika la condividiamo. È per questo che i suoi pezzi li andiamo a prendere di persona, in Scandinavia, uno alla volta.