Poul Henningsen
Poul Henningsen: quando la luce giusta diventa un diritto
C'è una parola che attraversa tutta la vita di Poul Henningsen: luce.
Non solo quella delle lampade. Quella delle idee, delle parole, della critica. Poul Henningsen ha trascorso settant'anni a combattere lo stesso nemico in forme diverse: tutto ciò che abbaglia senza illuminare, che impressiona senza servire, che esclude invece di includere.
Lo ha fatto con il fotometro in una stanza dipinta di nero, con undici numeri di Kritisk Revy, con 72 foglie di rame disposte in cerchi concentrici, con una colonna su Politiken che non risparmiava nessuno.
Il risultato è una delle carriere più coerenti della storia del design danese: un uomo che ha studiato la luce con la precisione di uno scienziato e l'ha messa a disposizione di tutti con la convinzione di un militante.
Credits: Louis Poulsen
La famiglia bohemien e la libertà di espressione
Poul Henningsen nasce il 9 settembre del 1894 ad Ordrup, figlio di Agnes Henningsen, scrittrice e figura di spicco dell’ambiente culturale bohémien danese.
Poul trascorre buona parte della sua vita credendo che suo padre sia Mads Henningsen, il primo marito di Agnes. La verità sul padre biologico, l’autore Carl Ewald, emerge solo più tardi.
La madre Agnes lavora inizialmente come parrucchiera, prima di concentrarsi sempre più sulla scrittura, con i temi dell'amore e della sessualità e su una vita privata deliberatamente libera.
Il padre biologico Carl, non riconosce mai Poul come suo figlio. Ewald è celebre per aver influenzato la letteratura per l’infanzia e la narrativa satirica danese. La sua scrittura, elegante e arguta, riflette un ideale di libertà intellettuale e di educazione morale fondata sulla conoscenza e sull’immaginazione.
Fin dai primissimi anni, la passione di Poul per il "fare cose" si manifesta su un banco da lavoro ricevuto in regalo a tre anni. Poi vengono i dipinti, la falegnameria e la scultura in pietra.
A 16 anni inventa una bicicletta auto pompante che gli vale una borsa di studio dalla Fondazione Hielmstierne-Rosencroneske. Questo aneddoto dice già tanto su chi sarà da grande: un talento multipotenziale.
Cresce con dei parenti e scrive novelle: le stesse diventano presto profittevoli. A quel punto Poul torna a vivere a casa della madre.
La scuola e l’Università che lascia in sospeso
Tra il 1911 e il 1914 studia scienze delle costruzioni alla Tekniske Højskole di Copenhagen. Dal 1914 al 1917 si iscrive alla facoltà di architettura al Polyteknisk Læreanstalt, dove disegna il suo primo lampadario per un progetto di interni, senza però sostenere l'esame finale.
Nel 1919 apre il suo studio a Copenhagen. È già pittore, inventore, scrittore. Inizia a collaborare con l'architetto Kay Fisker e si dedica allo studio dell’illuminazione di interni.
Le parole, prima delle lampade
Ben presto Henningsen dimostra di essere un personaggio davvero poliedrico.
Scrive, disegna, si espone politicamente come radicale di sinistra, è giornalista.
La cifra che accomuna le sue attività è senza dubbio la libertà d'espressione, una dote narrativa ereditata dai suoi genitori. Scrive come reviewer per il giornale d'arte Vor Tid e come co-editor per Klingen.
Prima di essere il designer delle lampade, Poul Henningsen è una voce. Una voce scomoda, tagliente, che non risparmia nessuno.
Nel 1921 comincia a scrivere per Politiken, il principale quotidiano danese. Usa la sua colonna anche per manifestare le sue posizioni nell’ambito del design.
I suoi articoli nascono da un presupposto fermo: l'estetica non deve prevalere sulle preoccupazioni sociali.
Sul mondo dell’illuminazione scrive:
"L'obiettivo, lavorando scientificamente, è di creare lampade più pulite, più economiche e più belle."
Scrive per Klingen, Politiken, Extra Bladet. Dal 1926 al 1928 dirige Kritisk Revy: redige undici numeri pubblicati a Copenhagen, dedicati principalmente all'architettura e alla critica culturale.
Attraverso saggi provocatori, sfida l'estetica tradizionale. Tramite la critica si batte per un design radicato nei bisogni umani concreti, piuttosto che nella ricerca delle forme perfette.
Negli anni '20 esprime giudizi critici su Le Corbusier e Walter Gropius, che considera troppo propagandistici e inclini a ridurre le idee moderniste a un insieme ristretto di motivi stilistici o addirittura a una moda.
Disapprova l’Aarhus City Hall, l’hotel Bellavista, la sedia Thonet.
Apprezza, invece, il Bauhaus, ma non la parola “funzionalismo”.
Lui stesso, non si definisce funzionalista. Pensa che la parola sia diventata un'etichetta vuota.
La sua continua ricerca di dibattito ha un obiettivo preciso: sensibilizzare gli architetti, affinché progettino per tutti, non solo per la classe benestante.
Henningsen vede nella produzione di massa l’opportunità per un design democratico.
La luce che fa male agli occhi
Poul Henningsen cresce con le lampade a petrolio. Quando arriva la luce elettrica, la trova insopportabile: troppo dura, troppo fredda, non si presta ad un ambiente abitativo. Vuole ricreare il bagliore soffuso della lampada a petrolio della sua infanzia.
Costruisce esperimenti, osserva come si comporta la luce, dove si rompe, dove diventa fastidio.
La analizza come un fenomeno fisico. Più che ispirarsi, Poul lavora con la misurazione.
Nel 1920 progetta la Slotsholm Lamp, installata tra i ponti di Højbro e Holmens lungo il canale di Christiansborg Slotsplads nel centro di Copenhagen.
La lampada ha una grande lastra di copertura superiore installata su un palo sottile. Un tentativo di differenziarsi completamente dalla tradizionale struttura dei lampioni a gas.
La lampada, però, non viene accolta favorevolmente: il produttore rimuove alcune componenti che causano abbaglio, vanificando in parte il progetto.
Questo sarà un problema che Poul Henningsen risolverà qualche anno dopo, in modo definitivo.
Una grande commissione per le lampade del Thorvaldsens Museum, sotto la direzione di Kaare Klint, gli dà l'occasione di sviluppare la sua prima serie moderna di lampade: un paralume da soffitto e due da tavolo.
Henningsen inizia a lavorare sull’idea di una lampada in grado di diffondere la luce senza abbagliare, costituita da una sovrapposizione di forme circolari diverse.
La collaborazione con Klint, tuttavia, si interrompe bruscamente: Henningsen viene rimosso dal suo incarico.
È in questo periodo che inizia la collaborazione professionale con Knud Sørensen.
Parigi, 1925: il piatto, la ciotola, la tazza
Nel 1924 viene pianificata la costruzione del Forum, il nuovo grande padiglione espositivo di Copenhagen. A Henningsen vengono commissionate le lampade.
Ne approfitta per continuare a sviluppare il lavoro iniziato con il museo. Progetta una lampada a tre paralumi, con proporzioni dei diametri in rapporto 4:2:1.
Usa un sistema di tre paralumi curvi basati sulle forme di piatti, ciotole e tazze.
Forum di Copenhagen in costruzione
Credits: By Unknown author, Public Domain
La spirale logaritmica (una curva presente in natura osservabile anche nella disposizione dei semi del girasole e nelle conchiglie) che ne deriva distribuisce la luce in modo uniforme, elimina l'abbaglio, permette alla lampada di essere contemporaneamente un punto luce diretto, una fonte di luce d'atmosfera e un sistema che minimizza l'intensità riflessa dalla lampadina.
I primi esemplari vengono esposti all'Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi, nel 1925. Henningsen si aggiudica con orgoglio la medaglia d'oro.
La lampada viene soprannominata "Pariserlampen" (la lampada di Parigi), ma, di fatto, era appena nato lo straordinario sistema PH (Poul Henningsen).
Nello stesso anno, Louis Poulsen inizia la produzione delle lampade PH. Un anno dopo il riconoscimento, la lampada viene installata negli spazi pubblici del Forum Copenhagen. È l'inizio di una collaborazione che durerà in eterno.
Louis Poulsen: l'incontro che cambia tutto
Louis Poulsen è la storica azienda che ancora oggi produce e distribuisce le lampade a firma di Poul Henningsen.
Fondata nel 1874 a Copenhagen, diventa presto un nome prestigioso come fornitore di materiale elettrico. Il marchio produce lampade basandosi su un profondo rispetto per l'architettura, la comprensione dell'effetto emotivo della luce e la convinzione che l'ombra sia esteticamente importante quanto la luce stessa.
Quando Poul porta la sua lampada a tre paralumi, Louis Poulsen capisce che sta guardando qualcosa di diverso.
La PH lamp è un successo immediato, venduta e usata in tutto il mondo, compreso l'edificio del Bauhaus di Dessau.
Mies van der Rohe la usa nella sua Villa Tugendhat a Brno, in Cecoslovacchia. Alvar Aalto la promuove attivamente.
Gli arredi di Poul Henningsen, un percorso parallelo
Poul Henningsen non è solo luce. Nel 1932 presenta una collezione di otto arredi in tubolare d'acciaio alla fiera danese del design industriale.
Nel 1930 fa qualcosa di inaspettato: progetta una serie di arredi pensati come dono di nozze per le coppie di sposi danesi.
Ottone e legno, gambe sottili, forme lineari e una netta distinzione, tipica della sua progettazione tra “ciò che porta e ciò che viene portato”.
Nel 1932 espone alla Dansk Kunstindustrimuseum (la fiera danese del design industriale) una serie di sedute in metallo curvato. Tra queste, una sedia ispirata alla Thonet: quella stessa sedia che aveva criticato pubblicamente per la sua deriva decorativa e che ora reinterpreta a modo suo.
Anni dopo, sarà Poul Kjærholm a rifarsi a quel modello per costruire il proprio vocabolario nella lavorazione dell’acciaio.
C'è, però, una differenza fondamentale con quanto stava facendo Marcel Breuer con l’uso del metallo, nello stesso periodo. Breuer sfrutta l'elasticità del tubolare d'acciaio per creare i modelli cantilever comodi, replicabili, pensati per la produzione di massa.
Henningsen non percorre quella strada. I suoi arredi in metallo sono più particolari, più difficili da produrre, assolutamente inadatti alla scala industriale.
Perché allora li fa, pur essendo contrario a questo approccio? Una scelta volutamente contraddittoria, per lasciare il segno.
La Snake Chair
La Snake Chair è il pezzo più riconoscibile di questa fase. Una sedia in acciaio curvato dalla forma sinuosa, lontanissima dalla rigidità geometrica del modernismo europeo.
Come le sue lampade, nasce da un ragionamento sul comfort, non da un'idea estetica. La forma segue il corpo, non il contrario. Durante la vita di Poul Henningsen viene prodotta solo in piccole serie. Oggi è considerata un pezzo di culto.
Snake chair
Credits: Designmuseum Danmar Furniture Index - RP01126
PH Grand Piano
Nel 1930 Poul Henningsen progetta il PH Grand Piano, uno degli oggetti più radicali del suo percorso.
Lo definisce “un pianoforte a coda per la casa piccola”: un’idea che ribalta completamente il concetto tradizionale di strumento monumentale.
Al posto della classica cassa in legno scuro, introduce una struttura in acciaio e pelle, leggera alla vista e pensata per dialogare con lo spazio domestico. Le gambe curve alleggeriscono la presenza del pianoforte e lasciano spazio intorno, anche in ambienti ridotti o su piccoli palchi.
Il dettaglio più potente è il coperchio: trasparente, inizialmente in celluloide, permette di vedere il meccanismo interno: i martelletti, il movimento, il suono che prende forma. È un modo per rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto.
Il PH Grand Piano non è solo uno strumento musicale, ma un progetto che applica gli stessi principi della sua ricerca sulla luce: eliminare il superfluo, migliorare l’esperienza, avvicinare il design alle persone.
PH Grand Piano
Credits: Designmuseum Danmar Furniture Index
Gli specchi con luce integrata di Poul Henningsen
A partire dal 1938 lavora a uno specchio con luce integrata, una totale innovazione per l’epoca. Il precursore diretto degli specchi retroilluminati che oggi troviamo in ogni bagno contemporaneo.
Parte dalla forma a piatto, in rame, del sistema PH, sovrappone uno specchio tondo e crea un anello di luce intorno ad esso.
Nei suoi specchi con luce integrata, l’obiettivo è evitare abbagliamenti e ombre dure sul viso. Vuole diffondere una luce morbida e uniforme, che avvolge il volto.
Dopo diverse prove, nasce lo specchio PH, prodotto da Louis Poulsen.
Successivamente, Henningsen sviluppa anche uno specchio da tavolo costituito da un paralume di carta plissettata, sorretto da una struttura in tubolare d’acciaio. La sintesi perfetta tra una lampada da tavolo e uno specchio da toletta.
Anche in un oggetto così semplice, Henningsen dimostra che la luce non è solo funzione, ma qualità dello spazio e dell’esperienza.
La guerra, l'esilio e il ritorno
Henningsen non ha mai paura di esporsi, anche quando questo significa rischiare. Durante l'occupazione nazista della Danimarca, riceve minacce di morte. Nel 1943, in un'operazione notturna, fugge in Svezia in barca insieme ad Arne Jacobsen e altri artisti danesi.
A Stoccolma, Inger Andersen, la sua segretaria da fine anni '30, che nel 1943 diventa sua moglie, lo supporta e lo protegge. Una delle figlie di Inger, Tove, sposerà in seguito il designer Verner Panton.
Dopo la liberazione della Danimarca, nel 1945, Henningsen torna dall’esilio in Svezia e riprende le attività professionali, concentrandosi sul perfezionamento del sistema PH lamp attraverso la collaborazione con Louis Poulsen.
1958: l'anno di due capolavori
Il 1958 è l'anno in cui Henningsen consegna alla storia due pezzi che non hanno bisogno di presentazioni, ma meritano di essere raccontati.
La PH5: per qualsiasi lampadina tu abbia
La lampada PH5 viene introdotta nel 1958 ed è basata su un sistema multi-paralume calcolato con precisione. La sua costruzione garantisce una luce morbida, distribuita uniformemente e priva di abbaglio, indipendentemente dalla posizione della lampadina. Il nome è un codice decifrabile: le lettere PH si riferiscono a Poul Henningsen, mentre il numero 5 indica il diametro, in decimetri, della lampada: 50 centimetri.
Lampada a sospensione vintage PH5
È la soluzione a un problema che lo tormenta da anni: le lampadine disponibili cambiavano continuamente forma e dimensione, rendendo ogni lampada, progettata per una specifica sorgente luminosa, rapidamente obsoleta. La PH5 risolve il problema alla radice.
Quando la PH5 viene presentata, Henningsen scrive con autoironia:
"Per una generazione ho creduto che il rispetto per il consumatore e il buon senso avrebbero prevalso, ma ora sono diventato un fatalista. Ho accettato il destino e, con il permesso di Louis Poulsen, ho progettato un apparecchio PH che può essere usato con qualsiasi tipo di sorgente luminosa, le luci di Natale e le lampadine a filamento metallico da 100 W. Anche se un tubo fluorescente sarebbe troppo chiedere nella forma attuale!”
Un filo colorato di metallo unisce i tre paralumi. La luce che intercorre tra loro illumina il colore e lo fa risaltare, migliorando la percezione della luce.
La lampada fornisce principalmente luce verso il basso, con una piccola parte che illumina la stanza intorno, senza mai abbagliare.
Quando nasce, la PH5 non è adatta per essere un punto luce a centro stanza. Non illumina abbastanza.
Pertanto, Henningsen crea una nuova versione da 200 watt, con delle piccole rielaborazioni:
- accorcia la struttura svasata superiore;
- rende riflettente l’interno del paralume a forma di ciotola.
Un dettaglio che chi cerca pezzi vintage deve sapere: i paralumi sono in alluminio laccato. Le piccole ammaccature si possono raddrizzare con strumenti appositi, ma i danni seri sono irreversibili. Una PH5 vintage con paralumi integri e trombetta superiore in buone condizioni è per questo un pezzo raro e quando si trova, meglio non farsela scappare.
La PH Artichoke: 72 foglie, nessun abbaglio
La PH Artichoke nasce da una commissione degli architetti Eva e Nils Koppel per il Langelinie Pavilion, il ristorante sul lungomare di Copenhagen che era stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito in stile modernista nel 1958. Henningsen impiega solo tre mesi per completare il progetto.
La lampada ha 72 foglie, posizionate per garantire una luce completamente priva di abbaglio, da qualsiasi angolo. Buona parte del processo produttivo è ancora eseguito a mano.
Le 72 foglie sono disposte in dodici file circolari, ognuna con sei foglie. Poiché ogni fila è sfalsata rispetto alla precedente, tutte e 72 le foglie si "coprono" a vicenda, creando un apparecchio completamente privo di abbaglio la cui sorgente luminosa rimane nascosta da ogni prospettiva.
Lampade Artichoke nel ristorante Langelinie Pavillonen di Copenaghen
Credits: Louis Poulsen
Era così pesante che per appenderla al soffitto del Langelinie Pavilion furono necessari cavi d'acciaio da aviazione.
Quelle lampade originali sono ancora lì, oggi, a illuminare i commensali del ristorante.
Un dettaglio finale che dice tutto
Muore nel 1967, lasciando oltre cento schizzi di lampade mai realizzate.
Alcune di queste sono state prodotte da Louis Poulsen, negli anni successivi. Altre aspettano ancora.
"L'illuminazione corretta di una stanza non richiede denaro, ma cultura."
I pezzi vintage PH, lampade originali prodotte durante la vita di Henningsen o nei decenni immediatamente successivi, sono tra i pezzi più ricercati del design scandinavo. Quelli che trovi nella nostra galleria sono selezionati direttamente in Scandinavia, uno alla volta, per autenticità, condizioni e storia.