Poul Kjærholm

Poul Kjærholm: il designer che ha tolto tutto (per farci vedere meglio)

In uno scenario modernista in cui il legno è al centro della progettazione del mobile, Kjærholm lo lascia andare, concentrandosi su altri materiali: metallo, pelle, vimini, vetro…

Li concepisce sotto forma di linee sottili dando vita a capolavori del design danese assolutamente innovativi, notevoli ed immutabili.

Queste caratteristiche contraddistinguono la sua firma stilistica.

Scopriamo insieme la storia del talento di Poul Kjærholm, attraverso la sua vita e i pezzi di design che ancora oggi i collezionisti cercano avidamente.

Poul-Kjaerholm

La scoperta di un talento innato

Østervrå, 1929. In un piccolo centro nel nord della Danimarca, nasce Poul Kjærholm, in una famiglia semplice, in un contesto dove il lavoro manuale ha un valore.

Nella bottega del padre falegname entra in contatto diretto con i materiali e impara presto la precisione e la disciplina.

È così che a soli 15 anni diventa apprendista falegname, nella bottega di Th.Grønbech.

Copenhagen: imparare a togliere

Tra il 1949 e il 1951 frequenta la Kunsthåndværkerskolen, la scuola di Arts & Crafts in cui studia design del mobile e falegnameria, con una guida speciale: tra i suoi insegnanti c’è, infatti, Hans Wegner.

La Kunsthåndværkerskolen e la scia di Kaare Klint

Questa è la stessa scuola che ha formato altri grandi nomi del design, tra cui Hans Wegner, Arne Jacobsen e Børge Mogensen.
Sulle orme di uno dei più influenti insegnanti, Kaare Klint, gli studenti si dedicano all’analisi degli arredi del passato, alle ricerche sul rapporto tra le misure del corpo umano e quelle ideali degli arredi, allo studio dell’importanza delle proporzioni nel design.

Questo metodo porta a progettare arredi con la consapevolezza delle eccellenze del passato, ma anche con un bagaglio di nuovi studi, come quelli antropometrici, insieme ad alte competenze artigianali.

Durante gli studi Kjærholm lavora come assistente proprio nello studio di Hans Wegner.

Apprezza particolarmente il corso di industrial design - indetto dalla scuola per pochi mesi - che vede Jørn Utzon come insegnante. Proprio lui resta estasiato dal talento innato di Kjærholm e anni dopo lo descriverà così:

“Nulla era difficile per lui. Progettare, scegliere i materiali, usarli correttamente: era naturale. Non aveva bisogno di istruzioni”.

PK25: una sedia tesa come una promess

Il suo progetto di diploma, la poltrona d’acciaio PK25 (1951), è la prova concreta della sua estetica e della sua abilità progettuale.

La struttura è in acciaio, la seduta in corda halyard. Il design è visivamente leggero, lineare, minimalista.
I materiali sono al centro del progetto: appaiono come due entità notevoli e distinte, ma accomunate da linee sottili.

Il materiale più visto e utilizzato per realizzare sedute del momento - il legno - è totalmente assente: una scelta identitaria e rivoluzionaria per l’epoca.

È una poltrona che lavora per tensione: ogni elemento è lì perché deve esserci, non un dettaglio in più. È un equilibrio difficile, tra industria e artigianato, tra pieni e vuoti.

Non c’è niente di decorativo, eppure la sedia affascina, cattura lo sguardo e attira immediatamente l’attenzione dei produttori.

sedia-tesa

Un dialogo che non era solo lavoro

Tra Kjærholm e l’azienda Fritz Hansen inizia una proficua collaborazione.

La Fritz Hansen capisce subito che quei progetti non possono essere trattati come prodotti qualsiasi. Non basta produrli: bisogna rispettarli.

Ogni giunzione, ogni finitura, ogni tensione deve essere esattamente quella pensata da Kjærholm.

Meno elementi significa più responsabilità per ciascuno.
Ogni parte deve funzionare perfettamente.

Durante questo periodo, Kjærholm si cimenta anche nella progettazione di sedute in legno, ma nessuna di queste verrà poi effettivamente prodotta.

La sedia PK0: un progetto troppo lungimirante

Tra i progetti in legno è celebre la PK0, una poltrona composta da tre gambe e uno schienale a imbuto, assemblata attraverso due soli elementi in compensato curvato.

Ispirata al lavoro di Charles & Ray Eames, questa sedia è forse troppo all’avanguardia per essere compresa e prodotta, pertanto resta un prototipo per i successivi quarantacinque anni.

Kjærholm non si arrende e, quando la collaborazione con l’azienda giunge al termine, porta via con sé il progetto della PK0 e lo propone ad altri produttori, senza mai essere appoggiato.

Ironia della sorte, la sedia verrà prodotta solo nel 1997 proprio dalla Fritz Hansen.

Poltrona Poltrona PK0 - Credits: The Danish Museum of Art & Design, Furniturecollection 102/2000

La collaborazione con Sørensen

Nel 1953 inizia a collaborare con l’azienda Chris Sørensen.
Un periodo di sperimentazione creativa, in cui molti dei suoi progetti non diventano mai realtà.
Nonostante ciò, Kjærholm crede molto in questa collaborazione, al punto da inserire la lettera K, iniziale del suo cognome, nella nuova proposta del logo del brand.

Il finale di questo incontro non è dei più rosei: Sørensen interrompe la collaborazione e si rifiuta di acquisire i diritti per un set di sedie ideato da Kjærholm in quanto, riteneva non avessero mercato.

L’acciaio è luce riflessa

A partire dalla metà degli anni ’50, l’acciaio diventa il centro del suo lavoro.
Contrariamente a molti suoi colleghi dell’epoca Kjærholm non usa il legno come materiale principale.

Si ispira a Le Corbusier, Mies van der Rohe e Lilly Reich, prende spunto dal lavoro di Kaare Klint e sviluppa un linguaggio razionale.
In tutte le sue opere cerca di evitare gli spigoli squadrati, molto utilizzati nel modernismo. Ci riesce attraverso tecniche costruttive avanzate che si rifanno alle eccellenze artigianali del passato, ma servendosi dei macchinari moderni e dei materiali industriali.

L’acciaio, quindi, non è mai trattato come materiale neutro.
Kjærholm lo osserva, lo studia, lo usa per quello che è davvero.

La sua superficie riflette la luce e dialoga con lo spazio. Non è solo struttura, ma anche presenza dinamica:

“La rifrazione della luce sulla sua superficie è una parte importante del mio lavoro.”.

La svolta con Ejvind Kold Christensen

Il 1955 è l’anno della svolta.
Kjærholm entra in contatto con l’azienda Kold Christensen, intenzionata ad abbracciare il suo stile unico e a distribuire i suoi pezzi.

La varietà materica del design di Kjærholm rende necessario delegare alcune parti della produzione. I prodotti finali vengono, poi, assemblati nella E. Kold Christensen ed esposti nello showroom annesso.

In questo caso l’uso del metallo si rivela vantaggioso: consente precisione e controllo in fase produttiva.

Gran parte dei pezzi vintage disegnati da Kjærholm sono a marchio E. Kold Christensen.

PK61: il tavolo che riduce tutto all’essenziale

Negli anni della collaborazione con la E. Kold Christensen nasce un pezzo che oggi è entrato nella collezione del MoMA di New York.

Si tratta del coffee table PK61, progettato da Poul Kjærholm nel 1956, in uno dei momenti più lucidi della sua ricerca: quello in cui decide di spingere al massimo la riduzione degli elementi.

La struttura è realizzata in acciaio piatto, lavorato con una precisione quasi artigianale, nonostante la produzione industriale.

Il piano può essere in vetro temperato oppure in marmo.

Questa doppia possibilità serve a lavorare su due percezioni opposte:

  • il vetro annulla il peso visivo;
  • la pietra lo introduce.

Anche da questo pezzo si comprende l’importanza che Kjærholm attribuisce alla scelta dei materiali: basta cambiarne uno per creare un effetto totalmente differente.

PK24: stare in equilibrio senza appoggiarsi

Nel 1965 arriva uno dei suoi pezzi più radicali: la PK24.

Una chaise longue che, a guardarla, sembra non toccare davvero terra. La struttura in acciaio crea un movimento continuo, una linea curva e sottile che sostiene senza mai interrompersi.

A sorreggere la seduta è una struttura in tubolare d’acciaio, che sembra far fluttuare chi vi si accomoda.

appoggiarsi

Premi, ma senza deviazioni

Con la nuova collaborazione di successo, arrivano anche i riconoscimenti.

Nel 1957, alla XI Triennale di Milano, Poul Kjærholm riceve il Grand Prix. È uno dei premi più importanti a livello internazionale in quel momento: la Triennale non è una semplice esposizione, è il luogo in cui si definisce cosa sarà il design negli anni successivi. Lì si incontrano architetti, designer, aziende. Lì si costruiscono le carriere.

L’anno dopo, nel 1958, arriva anche il Lunning Prize, il riconoscimento più importante per il design scandinavo dell’epoca. È un premio assegnato a pochi, pensato per individuare le figure che stanno realmente definendo il linguaggio del Nord Europa.

Nel 1960, torna alla XII Triennale di Milano e ottiene di nuovo il Grand Prix. Non è un episodio isolato, è una conferma. In un contesto in cui il design si muove velocemente, tra sperimentazione e industria, Kjærholm resta fermo sulla sua linea e i risultati sono brillanti.

Materiali che invecchiano bene

Kjærholm non sceglie i materiali solo per come appaiono a chi li sceglie, il giorno dell'acquisto. Li seleziona pensando a come saranno dopo vent'anni.

L'acciaio è sempre satinato, non specchiato. Perché il lucido si graffia, si appanna, tradisce ogni segno del tempo come un difetto. L'opaco, invece, nasconde meglio i segni del tempo, si patina, diventa più interessante con gli anni.

Stessa logica per i rivestimenti: preferisce la pelle al tessuto, perché la pelle invecchia con grazia, si ammorbidisce, si segna, racconta. Quando non usa la pelle, sceglie la tela, materiale autentico, diretto, che non mente su quello che è.

È la stessa mentalità di Mogensen, declinata in un vocabolario completamente diverso. Non comprare e sostituire. Scegliere bene una volta sola.

Pezzi immortali e un'idea che non invecchia

Siamo nel 1980, Kjærholm ha 51 anni e da quattro anni insegna alla Royal Danish Academy, la scuola che lui stesso ha frequentato.

Sta per partecipare all’inaugurazione di una mostra.
La sua malattia non glielo permette.

Se ne va la sera prima dell’evento, lasciando dietro di sé anche progetti incompiuti, come la PK23, rimasta ferma per decenni, prima di essere prodotta.

Dopo la sua morte, la produzione cambia direzione.

Ejvind Kold Christensen, che aveva seguito il lavoro di Kjærholm per anni, cede i diritti a Fritz Hansen nel 1982.

Kjærholm rimane uno dei designer danesi più ricercati a livello internazionale, con un appeal che va ben oltre la Scandinavia.

I pezzi a marchio E. Kold Christensen, quelli prodotti tra il 1955 e il 1982, sono i più ambiti dai collezionisti, perché portano dentro di sé la supervisione diretta di Kjærholm.

Kjærholm non vedeva i mobili come ornamento, ma come architettura in scala ridotta. Voleva rivelare l'essenza dei materiali, non la sua personalità e lo dice chiaramente:

"Preferisco esprimere il carattere dei materiali piuttosto che la mia personalità”.

È un'idea radicale, e attualissima. In un'epoca in cui ogni oggetto vuole essere riconoscibile, firmato, instagrammabile, Kjærholm aveva già capito che la vera longevità sta nell'opposto: design che esiste per sé stesso, senza stile nel senso commerciale del termine, come gli alberi, il mare, il paesaggio.

I suoi pezzi non invecchiano perché non hanno mai inseguito una moda. Erano già oltre.

Design By Poul Kjærholm