Verner Panton
Verner Panton: il designer dei colori bold dallo stile futuristico
Colori saturi, vetro, metallo, materiali plastici, curve vertiginose e forme insolite (soprattutto per gli anni 60-70) .
Verner Panton stravolge il mondo del design con opere dall’aspetto del tutto nuovo, che ancora oggi, a distanza di più di 60 anni dalla loro presentazione, sembrano arrivare dal futuro.
Ecco la sua storia.
Credits: Verner Panton Official
L’infanzia sull’isola di Fyn
Verner Panton nasce nel 1926 a Gamtofte, nell’isola di Fünen (Fyn), in Danimarca. Figlio di un agricoltore, Verner passa i suoi primissimi anni in una famiglia agiata. La grande crisi globale, partita con il crollo della borsa di New York nel 1929, mette a dura prova l’attività del padre, che inizia, quindi, a gestire un’osteria chiamata Kom Igen (Torna ancora).
Il piccolo Verner passa tutta la sua infanzia nell’isola di Fünen sognando di diventare un artista, da grande.
Gli studi, la fuga, il nascondiglio
Nel 1944 si sposta a Odense per studiare ingegneria edile al Politecnico.
Gli studi tecnici gli forniscono una solida base di conoscenze per sperimentare con i materiali e per la costruzione tecnica dei suoi capolavori futuri.
Nel periodo degli studi al Politecnico, entra in contatto con la Resistenza. I tedeschi lo scoprono e saccheggiano la sua stanza, mentre lui non è in casa.
Verner è costretto a restare nell’ombra: si rifugia da un amico di famiglia fino alla fine della Guerra. Si diploma nel ‘47 e qualche anno dopo decide di proseguire gli studi.
Si iscrive alla facoltà di architettura alla Royal Danish Academy of Fine Arts di Copenhagen in cui si laurea nel 1951.
Per due anni, Verner Panton diventa assistente nello studio di Arne Jacobsen. Collabora alla nascita della sedia Ant.
Verner Panton descrive il suo ruolo come attivo nella "furniture design" dello studio, con la Ant citata esplicitamente. La Ant viene progettata da Jacobsen "con l'assistenza del suo allora apprendista Verner Panton".
Panton non ne rivendica la paternità, ma il fatto che subito dopo lascia lo studio per costruire un'identità radicalmente opposta, viene letto da molti storici come una risposta a questo limite: la necessità di creare qualcosa di “proprio”, non attribuibile a nessun altro.
Riguardo la sua collaborazione con Arne Jacobsen dichiara:
“Ho imparato più da Arne Jacobsen che da chiunque altro”.
Durante gli anni universitari, Verner Panton incontra Tove Kemp, figlia della moglie di Poul Henningsen. I due iniziano a frequentarsi fino poi a sposarsi poco dopo.
Panton si avvicina a Poul Henningsen anche professionalmente. Tra i due si sviluppa una stima reciproca.
Un furgone Volkswagen trasformato in studio itinerante
Nel 1953, dopo aver lasciato lo studio di Jacobsen, trasforma un furgone Volkswagen in uno studio di design itinerante e gira l'Europa per mesi alla ricerca di nuovi materiali e contatti industriali.
Disegna arredi, allestisce esposizioni, lavora anche nel settore del design automobilistico.
È il 1955 quando Panton apre il suo studio di design, che ben presto diventa un punto di riferimento apprezzato per il suo approccio innovativo, dimostrato nelle sue prime opere architettoniche come la All Round House (una cabina smontabile in legno e metallo che può essere usata anche come garage) la Cardboard House (1957) e la Plastic House (1960).
Nella seconda metà degli anni ‘50 Panton disegna lampade, tessili, tappeti, sedute e installazioni che la critica apprezza molto. Nascono alcuni dei pezzi più famosi della sua carriera.
La Tivoli Chair per Fritz Hansen
Nel 1955 Fritz Hansen avvia la produzione di due sedie: la Bachelor Chair e la Tivoli Chair.
È uno dei primissimi capitoli della carriera autonoma di Panton. Seduta e schienale formano un corpo unico in tubo d'acciaio curvato e cromato, rivestito in Peddigrohr, una fibra intrecciata tradizionale, o in cordicella plastica.
Fritz Hansen la commissiona nel 1955 insieme alla Bachelor Chair: due pezzi pensati per la generazione più giovane, pratici, smontabili, senza la solennità del mobile danese classico. Il nome rimanda ai Giardini Tivoli di Copenhagen.
Ritorno a Kom Igen: la ristrutturazione dell’osteria gestita dal padre
Il primo grande incarico architettonico arriva dalla famiglia Berner Shilden Holsten proprietaria dell’osteria Baron’s Komigen Kro (Kom Igen Inn), ovvero proprio la stessa gestita dal padre di Panton.
Verner Panton amplia l’osteria, aggiunge porte scorrevoli, grandi vetrate supportate da strutture in metallo che lasciano la sala ben visibile dall’esterno e ripensa totalmente gli interni con il suo approccio sorprendente.
Kom Igen
Credits: Verner Panton Official
All’interno, il ristorante viene ricoperto da tre sfumature di rosso. Panton progetta delle futuristiche lampade in metallo specchiato formate da dischi di diverse misure e uno dei suoi più celebri capolavori: la Cone Chair.
L’albergo e il suo ristorante passano alla storia come The Red Ruby e ben presto la fila di clienti arriva fino al lato opposto della strada.
Cone Chair:la sedia che nessuno voleva chiamare sedia
Una sedia con un'intelaiatura metallica a forma di cono rovesciato che ruota su una base a croce in acciaio.
La geometria è così radicale che i critici dell'epoca si rifiutano di chiamarla sedia. Suggeriscono "sedile", perché non aveva schienale riconoscibile né gambe, nel senso convenzionale del termine.
C’è anche una lungimirante fetta di pubblico che apprezza. Tra questi, Percy von Halling-Koch che la vede e fonda un'azienda (Plus-linje) appositamente per produrla.
Un design assolutamente incredibile per l’epoca, al punto che, dopo essere stata esposta in una vetrina posta in un incrocio di New York, la polizia deve farla rimuovere: era così accattivante da generare incidenti stradali.
Nel 1959 arrivano la Wire Cone Chair, stessa struttura, ma in rete metallica, e la Heart Cone Chair, con lo schienale sagomato a cuore. Oggi entrambe sono prodotte da Vitra.
Heart Chair
Una sedia conica, che poggia su un piedistallo di metallo a croce e culmina con uno schienale a forma di cuore. La seduta è in schiuma rivestita da tessuto in lana colorato.
Credits: Designmuseum Danmark: Furniture Index, RP010178
Un’esposizione da far girar la testa (letteralmente)
Nello stesso anno dell’uscita della Cone Chair, Jacobsen continua a far girare la testa (letteralmente) degli appassionati di design.
Progetta un allestimento…a testa in giù, con un intento preciso.
“L’esperienza dimostra che queste fiere attirano folle incredibili: alla fine si vedono solo schiene e spalle,” osserva Verner Panton. Allora mettiamo tutto sul soffitto.”
Ecco perché tappezza il soffitto di moquette e attacca proprio lì gli arredi e i punti luce protagonisti. In questo modo, per tutti i visitatori sarebbe stato più semplice vederli e l’esperienza sarebbe stata immersiva, nuova, straordinaria.
Un design rivoluzionario e orientato verso il futuro
Hans Wegner studia la tradizione dell'ebanisteria danese e la onora alla perfezione. Arne Jacobsen cerca la forma giusta, quella che non ha bisogno di essere spiegata. Børge Mogensen progetta per la famiglia media, per la vita reale, per la durabilità.
Panton parte dallo stesso contesto (stessa accademia, stesso periodo, stessa Danimarca) e va esattamente nella direzione opposta.
Panton abbraccia plastica, acrilico, acciaio cromato, schiuma poliuretanica, fibra di vetro: i materiali del futuro, non della tradizione. I colori non sono usati come decorazione, ma come strumento architettonico e psicologico. Qualcosa che agisce sull'umore, sulla percezione, sul comportamento di chi abita uno spazio.
"Lo scopo principale del mio lavoro è provocare le persone a usare la loro immaginazione e rendere il loro ambiente più eccitante".
Space Age: il futuro come categoria estetica
La corsa allo spazio inizia ufficialmente nel 1957, quando l'Unione Sovietica lancia lo Sputnik il primo satellite artificiale della storia. Quello che segue non è solo una competizione tecnologica tra superpotenze: è una trasformazione dell'immaginario collettivo.
Se l'uomo può andare nello spazio, il futuro è adesso e deve avere un aspetto diverso dal passato.
Designer come Eero Aarnio, Joe Colombo e Verner Panton traducono questa fascinazione in oggetti concreti: forme sferiche, plastica colorata, superfici riflettenti, geometrie che non rimandano a nessuna tradizione artigianale. È una dichiarazione di appartenenza al tempo presente e sguardo verso il futuro.
Verner Panton è una figura chiave: rompe con la tradizione scandinava e sperimenta un linguaggio radicale e sensoriale. Non si limita agli oggetti, ma progetta ambienti immersivi, dove luce, colore e superfici dialogano tra loro.
Icone come le lampade VP, Panthella e la sedia Panton incarnano lo Space Age nella forma e nella filosofia.
Eppure, dentro questa visione radicale, restano principi precisi. Panton non considera mai i singoli oggetti come un punto d'arrivo. Come il suo maestro, Arne Jacobsen, lavora verso quello che lui stesso chiama Gesamtkunstwerk, l'opera d'arte totale, in cui mobili, colore, luce, texture e architettura funzionano come un sistema unico.
Ogni pezzo ha una logica costruttiva rigorosa, una coerenza formale che attraversa tutta la carriera. La Cone Chair, la Panton Chair, la Panthella, la VP Globe: oggetti diversi, ma immediatamente riconoscibili come parte dello stesso universo.
La S. Chair e la collaborazione Panton-Thonet
Nel 1956 Panton disegna una sedia in collaborazione con Thonet GmbH. Si tratta di un modello cantilever (con piedistallo molleggiante, anziché 4 gambe tradizionali) creato da una struttura a S in multistrato curvato.
La chiama proprio S chair.
Da impossibile a icona del design: storia della Sedia Panton
La S chair è il preludio di un capolavoro ancora oggi diffusissimo nelle case di tutto il mondo.
Verner Panton prova a replicare un modello simile utilizzando la plastica. Dal 1957 al 1960 lavora sull’idea, sullo schizzo, sui modelli.
La vera sfida sta nel creare una sedia a sbalzo, ergonomica, con un materiale relativamente recente (la plastica era già utilizzata nel product design, ma la sua sperimentazione era in continua in evoluzione), leggermente flessibile al fine da supportare il peso di una persona seduta, senza il rischio di spezzarsi lungo la base dopo anni di utilizzo, elegante e innovativa.
Siamo nel periodo in cui i coniugi Eames sperimentano con la vetroresina per creare sedie monoscocca. Anche Panton tenta inizialmente la strada della vetroresina, ma non funziona.
Dopo anni di tentativi e prototipi, nel 1962 il progetto è pronto. Panton voleva creare una sedia iniettando il materiale plastico all’interno di due stampi a conchiglia.
Esemplari di Panton Chair in fibra di vetro anni ‘60
Credits: Di Robogate - Opera propria, CC BY-SA 4.0
A questo punto, Panton si trasferisce in Francia e apre uno studio a Cannes. Cerca un’azienda disposta a produrre la sua idea. La sua strada incrocia quella di Willy Fehlbaum, imprenditore di Basilea, proprietario di Vitra.
Fehlbaum decide di rischiare e cinque anni dopo, nel 1967, dopo prototipi, fallimenti e rielaborazioni, 150 Panton Chair prendono vita, in fibra di vetro pressata a freddo e il modello viene lanciato alla Cologne Furniture Fair.
Lo stesso anno, viene lanciata una nuova plastica (Baydur). Il modello resta lo stesso, cambia il materiale. La Panton diventa ufficialmente la prima sedia creata da un unico blocco di plastica, in un unico materiale.
Nel ‘71, viene adottato il polistirene termoplastico Luran-S, in grado di creare una texture molto interessante. La struttura, però è più fragile. La produzione viene interrotta nel 1979, ma questo non ha impedito alla Panton Chair di diventare un’icona del design, tra le più famose nel mondo.
Tornerà solo nel 1999: Vitra la produce ancora oggi in polipropilene.
Basilea, anni Sessanta: il portfolio si amplia
Negli anni di Basilea, Panton stringe collaborazioni prestigiose che ci hanno lasciato pezzi iconici dall’aspetto sempre attuale.
- Con Knoll sviluppa le prime versioni produttive della Panton Chair in poliuretano espanso. Un passaggio fondamentale per trasformare un’idea radicale in un prodotto industriale, seppur ancora in fase di perfezionamento.
- Per Wega Radio progetta mobili per radio e televisori: contenitori che integrano tecnologia e arredo, anticipando il concetto di sistema domestico coordinato.
- Per l’azienda Plus-Linje crea la lampada Topan (1960), la prima realizzata in serie da Panton. Una forma semplice e replicabile, pensata per costruire composizioni luminose nello spazio.
- Insieme a Kill International sviluppa sistemi di sedute modulari e arredi dalle forme organiche, che anticipano i futuri ambienti immersivi e continui tipici del suo lavoro.
- Disegna per Kaufeld delle sedute imbottite caratterizzate da linee morbide e sperimentali, a metà tra modernismo e ricerca plastica.
- Sperimenta con Nordlys con luce e colore, come elementi attivi nella costruzione dello spazio, attraverso progetti di illuminazione.
- Con Bayer realizza installazioni rimaste alla storia, tra queste, la leggendaria Visiona II.
Visiona II
Bayer, il colosso chimico tedesco, noleggia una nave sul Reno per trasformarla in uno showroom temporaneo durante ogni edizione della Fiera del Mobile di Colonia. L'obiettivo dichiarato è promuovere le fibre sintetiche dell'azienda applicate all'arredamento. Panton aveva già curato la prima edizione nel 1968. Nel 1970 Verner Panton viene scelto di nuovo e crea Visiona II, un allestimento passato alla storia.
Visiona II
Credits: By Capitolium4025 - Own work, CC BY 4.0
Immagina di salire a bordo: non ci sono stanze. Pavimenti, pareti e soffitti sembrano ricavati da un unico stampo continuo, senza angoli: forme curve escono dalle pareti stesse, in blu verso l'esterno e rosso sempre più acceso verso il centro.
Non capisci subito dove sederti, dove camminare, dove finisce il mobile e dove comincia l'architettura. Dalle pareti arriva il suono: il canto di un usignolo in una sezione, il ronzio delle api in un'altra, le onde del mare più in là.
Colore, forma, suono: è un sistema unico progettato per agire sulla percezione dello spazio e sul corpo.
Il Vitra Design Museum ha ricostruito l'installazione in scala reale. È visitabile ancora oggi.
VP Globe: cinque riflettori dentro una sfera trasparente
La VP Globe viene presentata al pubblico a Visiona II nel 1970, dentro l'installazione sulla nave sul Reno. Cinque riflettori geometrici in alluminio, sospesi da catene d'acciaio all'interno di una sfera in acrilico trasparente. I dettagli in rosso e blu cambiano con la posizione dell'osservatore. La luce non ha una direzione: si moltiplica, si rifrange, torna indietro da ogni superficie interna.
Flowerpot: due semisfere e una rottura netta con tutto il resto
Nello stesso periodo, Panton disegna un’altra icona del design danese, celeberrima e utilizzatissima ancora oggi.
Due semisfere in metallo laccato, una il doppio dell'altra, che si guardano faccia a faccia. La semisfera inferiore nasconde la lampadina e diventa superficie riflettente: la luce non scende, rimbalza verso l'interno del metallo e torna fuori filtrata dal colore.
Nasce così Flower Pot.
La forma ricorda un vaso da fiori rovesciato e non è casuale: è un riferimento dichiarato allo spirito del tempo.
I colori originali erano arancione, viola e turchese. Una rottura netta rispetto al mondo dell’illuminazione scandinava dell'epoca, quasi sempre ferma su bianco, nero e metallo. Louis Poulsen la produce dall'inizio. Dal 2011 la serie è di &Tradition, che l'ha espansa dal modello VP1 al VP9, aggiungendo una versione portatile senza filo.
Pattern di Verner Panton
Tra il 1969 e il 1985 Panton si dedica anche al design del tessile dando vita a fantasie psichedeliche e geometriche per i tessuti di Mira-X.
I pattern non sono una novità per Panton, che già nel 1960 aveva lanciato delle versioni delle lampade Flower Pot e Moon Lamp decorate con motivi a onde e a scacchi.
Lampada Flower Pot
Credits: &Tradition
Indimenticabile è anche l’esposizione per Plus-Linje del 1960, in cui gli arredi di Panton sono immersi in una stanza tappezzata, dal pavimento al soffitto, di motivi geometrici bianchi e neri di diverse dimensioni, che confondono i sensi creando un’esperienza inedita e memorabile.
Serie Emmenthaler: la collaborazione italiana tra Verner Panton e Cassina
Nel 1979 tre pezzi di Panton compaiono nel catalogo del brand italiano Cassina. Si chiamano Miss Emmenthaler, Mrs. Emmenthaler e Sisters Emmenthaler, rispettivamente poltrona, chaise longue, divano a due posti.
Si tratta di pochi pezzi unici, pensati per il Salone del Mobile di Copenaghen di quell'anno. Il foro nello schienale è il centro del progetto, non un ornamento: un'apertura geometrica che dà il nome all'intera serie e che è, probabilmente, la battuta più esplicita in tutta la carriera di Panton. Il riferimento è chiaro: si rifà al formaggio svizzero con i buchi, prodotto dall'industria italiana più ambiziosa del decennio.
Credits vernerpanton.com
SISTERS EMMENTHALER, 1979 Manufacturer: Cassina, I
Panthella e il paralume in metallo che si fa attendere per 45 anni
Negli anni Sessanta, Verner Panton avvia una collaborazione con Louis Poulsen. Il suo approccio radicale alla luce e alla forma mette in discussione tutto ciò che, fino a quel momento, era dato per scontato nel design dell’illuminazione.
La Panthella non nasce in poco tempo. Il progetto si sviluppa nell’arco di diversi anni, durante i quali Panton sperimenta materiali, riflessioni della luce e colori, con l’obiettivo di ottenere un’illuminazione morbida, capace di creare atmosfera.
C’è però un dettaglio rimasto irrisolto per decenni. Fin dal 1971, Panton desiderava realizzare Panthella con un paralume in metallo, ma all’epoca non era tecnicamente possibile. La lampada viene quindi lanciata con un paralume in acrilico opale bianco.
Solo nel 2016 questa idea prende finalmente forma, con la Panthella Mini. Come dichiarato da Louis Poulsen al momento del lancio, il progetto si basa sui disegni originali di Panton.
Verner Panton muore il 5 settembre 1998 a Copenhagen, dodici giorni prima dell'apertura della sua ultima mostra, Lyset og Farven (Luce e Colore), al Trapholt Museum di Kolding.
È rimasto fedele per cinquant'anni a colore, luce e forma come sistema unico, come strumento per cambiare il modo in cui le persone abitano e percepiscono lo spazio.
Moltissimi dei suoi capolavori sono ancora in produzione. La Panton Chair che Vitra produce oggi in polipropilene, la Panthella di Louis Poulsen che è in catalogo dal 1971, invariata nella geometria.
I primi esemplari prodotti, però, hanno un fascino inimitabile. Le Panton Chair in Baydur uscite tra il 1968 e il 1979, mai più replicate in quel materiale. Le VP Globe con l'etichetta Louis Poulsen, prima che la produzione passasse a Verpan. Le Flowerpot delle prime serie, quando ancora le produceva Louis Poulsen con le colorazioni originali.
Pezzi che non tornano e che sul mercato si trovano sempre meno.
Noi di Casafika andiamo a cercarli direttamente in Scandinavia. Se vuoi portare uno di questi pezzi in casa tua, inizia da qui.